L’anno che verrà: un’ipotesi per un destino migliore (Marco Fratta, La Buca di Maspero)

Ho fatto un sogno. Devo ancora del tutto capire se fosse un sogno normale, di quelli ad occhi chiusi, oppure un sogno ad occhi aperti -come inconscia protesta verso il declino che questa Leggenda sta vivendo, ormai, da troppo tempo.

Era primavera, io tornavo a Torino dopo che il Covid mi aveva tenuto lontano dalla mia città per 17 mesi (oggi sono 14: i conti tornano). Il timido sole del mattino di marzo, che rende Torino ancora più affascinante, mi accoglieva già all’aeroporto per poi dare il meglio in piazza Vittorio. Che per me è come La Mecca: non lascio mai Torino senza aver prima attraversato piazza Vittorio almeno una volta. A Dublino c’è tanto verde, ma uno spazio così maestoso e di ampio respiro, purtroppo, manca.

Al bar piccolino che c’è all’imbocco della piazza, da via Po sulla destra, si poteva prendere il caffè senza mascherina. E non solo: si poteva anche sfogliare quotidiani precedentemente sputazzati da vari viandanti. Nel sogno afferravo Tuttosport perché, come diceva mio nonno (immigrato lucano), “se quell’altro giornale lo chiamano “la bugiarda” un motivo ci sarà; questo è pur sempre merda, ma almeno leggi di atleti, ciclisti e pugili”.

Prima pagina: Cairo non aveva venduto alla misteriosa cordata di gente che va a dormire vestita, no; Cairo non aveva comprato Messi, no; Cairo non aveva fatto un passo indietro sui suoi errori, ammettendone l’evidenza, per raddrizzare il tiro sul mercato, nemmeno; Cairo non aveva mantenuto le sue promesse sul Robaldo e sul Fila, meno che mai.

Bensì il Torino FC, o meglio l’Effecile, era semplicemente fallito.

Fallito. Punto zero. Serie D.

Un collettivo di vecchie glorie, più o meno giovani, si era già organizzato per prendere le redini dell’ambiente e del vivaio. Marengo anche no: grazie mille, ma basta col passato. Solo timonieri nuovi.

Il rancore ormai era un vecchio ricordo: non c’era più tempo. C’era da rimboccarsi le maniche, come capitan Valentino, per ripristinare il legame con l’autentica fede granata che gli ultimi sedici anni hanno cancellato a tradimento.

Alla giornata di presentazione, pochi giorni prima di Toro-Arconatese (girone A), il Filadelfia era gremito e finalmente molti e rassicuranti tifosi della vecchia guardia erano tornati in balconata.

“La gente! Dai, la gente! Facciamola una sola volta ma bene”…

E mi sono svegliato, asciugandomi le lacrime. Perchè tanto so che siamo in quattro stronzi a vedere in questa ipotesi di epilogo l’unica chemioterapia possibile. So bene, anzi, più che bene, di essere circondato da individui che sperano ancora nel Carneade del mercato di gennaio, o che ancora confidano nello sceicco acquirente.

Il Toro vero dorme. Anzi, è “solo in trasferta”. Il Toro vero non ha paura delle ceneri, perché da quelle è sempre rinato.

Siete davvero sicuri di fare ancora il tifo per il vero Toro?

Buon sonno nuovo, ops, anno nuovo a tutti.

Marco Fratta

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