Lettera aperta ai ratti cairoti (Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)


Sì, mi rivolgo a te.

Tranquillo, non lo faccio per insultarti, non è il mio genere, anche se ne avrei un desiderio quasi fisico. Vorrei invece non dico farti ragionare, so che non si può fare, ma quantomeno farti identificare con un comportamento che bellamente credi non faccia parte di te.

Sì, perché sai, questo paese è sempre stato pieno di gente che ha fatto il salto del fossato, per poter insultare quello che osannava fino a cinque minuti prima, quando il vento cambiava.

Ora tu sei sul bordo di quel fossato, con un piede timoroso da una parte, e l’altro ancora ben saldo sulla sponda originaria, incerto sulla tua prossima posizione, che ti sembra inevitabile, ma sempre pronto a tornare sui tuoi passi qualora il vento tornasse a soffiare nella direzione cairota.

Sì, proprio a te sto parlando, so che in questo momento pensi che io mi stia riferendo a qualcun altro.

Tu che tieni lo sguardo basso e pensi “ma io non sono un cairota, io voglio bene al Toro”.

E magari stai per dirmi che il Toro si sostiene sempre nella buona e nella cattiva sorte, che “se non lo si ama quando perde non si deve amarlo quando vince”, e altre amenità simili, intinte a piene pennellate nei barili di melassa che vi siete inventati quando la realtà non reggeva più e allora tu e i tuoi simili avete dovuto dare un senso distorto a un’idea, per fingere che esistesse ancora.

Tanto per cominciare ti dico una cosa che dovrebbe scardinare le tue fondamenta.

Non vuoi bene al Toro, come lo chiami tu, altrimenti ti saresti comportato diversamente.

Tu vuoi bene a te stesso.

Dici di voler continuare a tifare per i tuoi figli, ma la tua ipocrisia ti supera e ti anticipa.

Non lo fai per i tuoi figli, loro sono una scusa. Lo fai per te stesso e dei tuoi figli te ne freghi, altrimenti avresti fatto di tutto per non lasciargli un cumulo di rifiuti al posto di un’idea che era sociale e culturale.

Altrimenti non avresti appoggiato e sostenuto le ruspe che spazzavano via il tutto, mentre tu eri impegnato a dire “tutto sommato”.

Ti faccio una domanda. Come si sta nelle fogne?

Sì, perché questa non è una cretinata goliardica un po’ cattiva. Tu vivi nascosto nelle fogne dove il tuo servilismo ti ha cacciato, speranzoso di poter tornare a respirare l’aria che credi pulita. Ma sai di aver sostenuto un colosso di argilla e allora prendi tempo, facendo finta di nulla come se la cosa non ti riguardi più, in attesa di una vittoria che, per la miseria, dovrà pure arrivare.

Devo dirti una cosa sincera, mi sono sbagliato su di te.

Ho sempre creduto che tu fossi un prodotto dei social che tanto detesto, che le tue idee aberranti fossero state covate e retwittate in qualche contesto congestionato di sfigati.

Perché, a ben pensarci cosa c’è di granata in te?

Il Gadget comprato all’Effecì Store?

Tu sei quello che si è affidato anima e corpo nelle mani di un padrone, sei quello che ha paura di fare troppo rumore e di dare fastidio a “quelli là”, sguardo basso nella vita per tentare di passare inosservato.

Sei un pauroso, vivi nel terrore del fallimento, scegli piuttosto una vita di mediocrità rispetto al niente che temi possa tornare, non accorgendoti che stai vivendo quel niente.

Che tu sei quel niente.

Sei stato pronto a modificare i valori che ti hanno fatto crescere e identificare con qualcosa perché, con sguardo serafico, sfigato e paciosamente rassegnato, dici che “i tempi sono cambiati”.

Ti sei inventato uno scenario di finto amore incondizionato, più patente che commovente, in stile dedizione totale, da fare inorridire persino Liala e Carolina Invernizzio insieme, hai spacciato per risultati le causalità, ti sei immaginato Paolo Rossi con la Coppa del mondo quando invece avevi battuto il Bilbao nei sedicesimi di finale, pur di credere alla farlocchità di un universo falso, finto come mille promesse, attraente quanto una televendita di pentole.

Cosa c’è di ribellione in te? Ti fa paura la parola, vero? Perché tu ti ritieni un moderato, uno che ragiona e sceglie la via razionale. Dobbiamo applaudire, dobbiamo accontentarci. Perché diamo fastidio, perché non possiamo ambire ad altro.

Clap clap, saresti da applaudire sulla pubblica piazza, ratto perdente, e poi da portarti al Rondò della Forca, un paio di secoli fa.

Ma dicevo, mi sbagliavo su di te. Tu non sei un prodotto social. Il social ti ha ingigantito, ti ha dato cassa di risonanza.

Lo sfigato, il perdente, è sempre stato presente all’interno della nostra tifoseria, che ogni tanto in effetti si immiseriva con qualche lagna sulla sfiga.

Ma eri ai margini, perché nell’universo poco virtuale che vivevi, arrivavano i ceffoni a farti capire che dovevi convivere da solo con la tua sfiga, qualora avessi berciato le tue mostruosità. E in fondo era bello avere qualcuno che mettesse la faccia per te, in modo tale che tu potessi bearti delle glorie, quando arrivavano.

Ora sei lì, tenti di nasconderti e trovare altre scuse. A fare finta di niente, come se non ti riguardasse. A guardarti in giro pronto a saltare sul Nuovo Carro dei Lecchini, quando arriverà.

Hai avuto mille occasioni in questi ultimi anni, e non parlo di due-tre anni, per cambiare rotta, per prendere posizione anziché commuoverti. Sì, sempre pronto a commuoverti per un ideale che a parole sostieni e che poi rinneghi nella pratica.

Non ti vergogni? Non ti passa per l’idea che la tua accondiscendenza sia stata non spettatrice, troppo comodo questo, ma complice e sostenitrice di un omicidio.

Non ci arrivi e in fondo ti disprezzo troppo per credere a una tua idea che non sia di convenienza.

Quindi, stai alla larga da quello che verrà, quando e se ci sarà. Nessuno ti e vi vuole come compagni di viaggio.

Nessuno mi venga a fare discorsi sulla fratellanza e sull’unità, quando proprio tu l’hai presa a martellate giorno dopo giorno, pensando alla tua pizza e alla tua birra, o alla retorica che puzza di muffa.

Non credere di poterti rifare una verginità facendo finta di nulla. I tuoi scritti restano, le tue paure anche.

Continua pure a restare nelle fogne e a tifare per la Fognese FC: è la tua dimensione.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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