Lettera di Stefano D’Innocenzo a La Buca di Maspero, 17/12/2020

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Stefano D’Innocenzo, continuando con piacere a dare voce a tutti coloro che abbiano un pensiero da esprimere. TUTTAVIA, bene inteso e maiuscolo, teniamo a precisare di avere idee molto diverse sulla resurrezione del Toro: chi ci legge lo sa. Marco e Francesca.

Ieri, come quasi ogni notte, non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo e rigiravo nel letto, passando da un pensiero all’altro, dal lavoro a una donna che ormai manca da oltre 2 anni nella mia vita.
Improvvisamente, con dei collegamenti mentali strani che neanche nei migliori fil di fantascienza, la mia testa (o cuore…) mi porta sul Toro. Erano mesi forse che non mi addormentavo coccolato dalla mia squadra.
Il primo pensiero che mi è venuto in mente risale al 1994. Non ricordo nulla di quell’epoca, avevo solo 4 anni. Ma ci sono 2 flashback che mi sono rimasti impressi, e che non dimenticherò mai.
Il primo ricordo è l’ultimo gradone dello stadio Delle Alpi, dalla tribuna. Alzo la testa perché non dovevo più guardare quelle forme rettangolari grigi sotto i miei piedi per salire, e la prima cosa che vidi fu La Maratona gremita e cantante, bella in tutti i suoi 3 anelli. Con bandieroni che sventolavano in qualsiasi punto della curva, e tutti a cantare, saltare, incitare. Gioiosi, come me che non avevo mai visto prima nulla di simile. Avevo gli occhi a cuoricino, ero incantato da tutta quella bellezza, da quell’entusiasmo eccessivo. Ricordo di non aver mai abbassato lo sguardo verso il campo, non mi interessava. Ero ipnotizzato dai nostri fratelli che cantavano a squarciagola.
Il secondo flash che ho è quello di mio nonno, che mi chiamò, anzi quasi svegliò, dall’ipnosi che avevo per farmi vedere il tabellone. C’era scritto “GOAL”, e un pallone di fianco che accarezzava la rete. Tutta la gente di fianco, sopra, sotto di noi, si era alzata in piedi per gridare, per esultare, mio nonno compreso.
“Gooooooooooooool” gridai, fino quasi a diventare rosso in faccia, ero ancor più euforico. Non c’era solo La Maratona a gridare di gioia, era tutto lo stadio. Era una bolgia. Un’atmosfera, con delle emozioni che si fa fatica a descrivere. Ero davvero al settimo cielo. Era l’inizio della mia storia d’amore. La mia unica storia d’amore che non abbandonerò mai, che non lascerò mai e per nessuna ragione al mondo.
In famiglia, sono tutti granata, ma mai nessuno mi ha “obbligato” a tifare per forza per il Toro. Mio nonno mi disse “non è un tifo normale il nostro, non si può spiegare, lo devi vivere sulla tua pelle per capire”. E aveva ragione. Non si può spiegare l’amore per il Toro, per chi non è tifoso, per chi non conosce i valori della nostra storia.
Era il 13 marzo 1994, Torino – Cagliari, finì 2-1 per noi. Io quel giorno ho scoperto cos’è l’amore vero. E da allora non è mai cambiato, mai diminuito, mai svanito. È sempre rimasto uguale, immutato negli anni, nonostante ci siano stati molti anni bui.
Non ho mai visto il Toro vincere un trofeo, lottare per uno scudetto o una coppa, non so cosa significhi stare in mezzo alle “grandi” del calcio italiano ed europeo. Eppure il mio amore, la mia passione, la mia fede non sono mai svaniti.
Adesso ho 30 anni, 15 dei quali trascorsi con la presidenza Cairo. Ricordo ancora quel maledetto giorno d’estate il titolo di Tuttosport: “Il Torino Calcio è fallito”. Ho passato tutta l’estate comprando ogni giorno quel giornale perché non ci volevo credere che stavano togliendo di mezzo il Mio Toro. Non riuscivo a capacitarmi di come fosse possibile. Eravamo appena risaliti in Serie A, dopo i playoff contro il Perugia. La partita di ritorno era infinita. 120 minuti interminabili, sempre col cuore a 1000. Poi finalmente la gioia, il triplice fischio. Siamo di nuovo in A. Il mio primo pensiero fu “posso tornare a scuola a settembre dai miei amici con il sorriso. Finalmente anch’io col Mio Toro siamo nel calcio dei grandi.
Poi, la batosta, l’ennesima della nostra gloriosa storia. Ma ne ero sicuro che ne saremmo usciti vincenti, come sempre. Perché il Toro, il Mio Toro, non può morire. Non ce l’ha di natura, quindi non poteva accadere. Feci anche un fioretto: se non avessero fatto sparire il Mio Toro, me lo sarei tatuato. E così feci. Quando il 2 settembre annunciarono che Cairo era diventato il nuovo presidente del Toro, e saremmo ripartiti dalla B, ero di nuovo euforico. È vero, un altro anno di B. Ma chi se ne frega. Il Mio Toro era vivo, il Mio Toro esisteva ancora. Ci avevano feriti, come avevano fatto tante volte. Ma eravamo vivi, perché noi del Toro non moriamo mai.
Oggi, a distanza di 15 anni però, ho di nuovo paura che vogliano far scomparire definitivamente il Mio Toro. Come quell’estate brutta del 2005, che anziché passare a studiare, la passavo a cercare ogni tipo di notizia su cosa stessero facendo al Mio Toro.
La differenza però che allora c’era un popolo unito, coeso, numeroso, pronto a farsi sentire in ogni dove. Oggi no. C’è rassegnazione che non ci potrà mai essere futuro migliore di questo, per il Nostro Toro. E invece non è così, perché il Toro siamo noi, che ogni santa domenica ci arrabbiamo, ma che poi ci passa subito, perché il Toro è il Toro. Non si può essere arrabbiati con la nostra storia, con il nostro amore.
Il Toro, quello vero, non ha nulla a che fare con il Torino FC. Sono 2 mondi completamente paralleli, che non ci incontreranno mai. Ecco perché ora più che mai dobbiamo tornare a essere noi il Toro. Dobbiamo tornare a essere quel popolo unito, coeso, incazzato col mondo intero perché ci stanno portando via il nostro cuore, la nostra anima. La Nostra Storia.
Tutto ciò non deve accadere. Non può accadere.
Mazzola non si tirava su le maniche nei momenti di difficoltà per nulla.
Oreste Bolmida, il trombettiere del Grande Torino, non suonava la carica al Fila per nulla.
Dobbiamo tornare a essere il Toro, quello vero. Dobbiamo tornare a essere l’ A.C. Torino. E per poterlo fare, dobbiamo ripartire da noi. Un popolo unito, il nostro popolo unito, supererà anche questa grande difficoltà chiamata “Cairo”.
Ce lo meritiamo.

Stefano D’Innocenzo

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