La differenza tra pèrdono e perdòno (Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)

Puntuale come un treno svizzero, dopo l’ondata di indignazione, è arrivato il controriflusso buonista che mi dicono cominci a serpeggiare sui social.

Era prevedibile, la gente si stufa sempre più in fretta delle notizie e l’immagine del Fenomeno con la maglia del gobbo, avrà cominciato a stancare dopo qualche ora.

Ecco allora, come sempre avviene in questi casi, il prevedibilissimo annacquarsi di una rabbia che è stata a mio giudizio una delle ultime cose veramente granata di questi tempi.

Scandita dall’orchestra qualunquista armata di primi violini pronti ad assolvere il ragazzo, per le mille motivazioni della sua ingenua età (ma mica tanto), sono arrivati ottoni e tromboni del qualunquismo, che hanno intonato il “Ma cosa vuoi che sia”, “Hai fatto bene”, “Quelli che si devono vergognare sono quelli che ti criticano”, “Queste cose andavano bene per il calcio di una volta”, “Il calcio è cambiato”, tutte cose impreziosite da quelli che dicono che ciò che conta sono i punti sul campo. Cioè zero, ma questo è un altro discorso.

Tutto giusto, tutto raggelante come di consueto.

Dare la colpa alla società (intesa come ambiente) e dissociarla da quella del ragazzo, è il classico modo di dare la colpa a tutti per non darla a nessuno.

Se la società produce bimbiminkia con sorrisi a 32 denti che agitano lo straccetto dell’idolo che hanno giocato alla Playstation mille volte, sicuramente l’ambiente ha il suo peso e valore, inutile nasconderlo. Ma esiste anche un minimo di istinto primordiale, anche solo per sentito dire, che dovrebbe impedire di combinare delle cazzate, tanto più stratosferiche.

Il rischio che si corre col giustificare queste idiozie, è come sempre di sdoganarle, a causa di un buonismo filosocietario oppure qualunquista.

Era già capitato con il Grande Maestro che se la rideva beato con i gobbi dopo uno 0-4 in Coppa Italia, con lo stesso Predicatore che faceva il gesto di tagliarsi la gola sempre allo stadio di Venaria, con Immobile fotografato con la maglia della gobba appesa in camera (ma lui segnava e ipocritamente non si poteva dire nulla), con Soriano e probabilmente con altri deliziosi siparietti.

Quagliarella c’entra nella misura in cui l’ondata perdonista si sollevò, desiderosa di preservare i suoi gol, più che l’identità granata.

A questo porta lo sdoganamento, al Segre di domani.

A quelli che dicono che il calcio è cambiato, vorrei domandare cosa sarebbe successo a Bergamo se un giocatore si fosse fatto ritrarre ghignante con la maglia del Brescia, magari dopo una sconfitta interna. Oppure anche soltanto a Genova, per non parlare di Roma.

Tutto questo si inserisce ovviamente, inutile dirlo nel valore zero di una Società (questa volta sì calcistica) per la quale ogni richiamo a una identità e a un patrimonio culturale, è visto come superfluo, fastidioso e soprattutto non produce utili, unica Bibbia di questi quindici anni che hanno portato al Segre di turno.

Immaginiamo ieri i vari trafficoni societari suggerire smadonnando cosa dire al ragazzo, mentre si tentava di fare goffamente passare il tutto per un fake, e i più solerti cavalier serventi societari diffondevano la versione sui social.

Per poi passare alle immancabili scuse, condite con due belle frasi di pura retorica granata, nella pia illusione di essersi purificati alla fonte battesimale.

Quindi non c’è separazione tra le due entità che fanno parte della stessa medaglia.

Rinunciare a incazzarsi, soggiogare alla melassa perdonista, significa darla vinta tanto a chi vuol far dimenticare in fretta la cosa, quanto a chi vuole dirottare l’attenzione su responsabilità generica e quindi non perseguibili.

Sappiamo tutti troppo bene (e annegheremmo nella retorica che perseguiamo) cosa sarebbe capitato nella Società granata che fa tanto comodo evocare quanto c’è da bearsi dei suoi lustri, e che invece conviene considerare un fardello ingombrante se c’è da applicarne e salvarne i valori.

Ragazzo al palo per un po’ e questione risolta tra le mura degli spogliatoi.

Soltanto che oggi, dove tutto è denaro, si perderebbe il valore commerciale del ragazzo tenendolo al palo. E in fondo non c’è più nessuno che tra quelle mura (già un miracolo che ci siano) possa e sappia raddrizzargli la cresta.

La differenza tra chi invoca clemenza e la società calcistica che ha permesso che tutto questo avvenisse, in fondo sta tutta in un accento.

Gli uni invocano perdòno.

Gli altri pèrdono.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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