Puntare sul perdente (Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)

Da più parti ho letto commenti sdegnati, alcuni addirittura furibondi, riguardanti l’ingresso della Lavazza nella scuderia dei gobbi.
Da anni ormai, almeno trenta, si perpetuava la tiritera brontolante di tifosi che si chiedevano dove fosse fossero i vari Ferrero, Lavazza e compagnia cantante, lamentando il disinteresse cittadino e regionale per le vicende legate al Toro, prima, e all’Effecì, dopo.

Bene, la risposta è arrivata.
Sono dove c’è da guadagnare in maniera sicura e non c’è neppure da stupirsi.

La Lavazza è una eccellenza torinese, a prescindere dal tifo della famiglia (chi sostiene sia gobba da sempre, chi afferma con sicurezza che in parte sia granata) e ha costruito il proprio impero con dedizione innegabile. E se in tutti questi anni, discorso valido ancora di più per la Ferrero, ha deciso di non catapultarsi in un campo che avrebbe costituito ben più di un rischio, ma un preciso punto di indebolimento di un impero costruito anche sulla cautela, bene ha fatto a starsene alla larga.

Ora, tuttavia, la società di caffè si è mossa in una direzione ben precisa, probabilmente calcolando costi e benefici. Così va il mondo.
Come detto, c’è stata una levata di scudi generale e propositi di boicottaggio.

Occorre però fare un distinguo. Le scelte di mercato globale dovrebbero influire, almeno sulla carta, su quelle personali, è un discorso di coerenza. Se da un lato quindi non comprerò più Peugeot, oltre a non aver mai preso in considerazione la casa automobilistica nazionale, e posso aver escluso in partenza la Danone dalla mia dieta, favorito in questo caso dall’intolleranza ai latticini, queste saranno scelte dettate dall’unilateralità delle marche coinvolte.
Con la Lavazza invece c’è stata una scelta ben precisa, che merita una riflessione.

È stato scelto, secondo loro, il marchio vincente, non ci piove, ma la contrapposizione era con un marchio perdente.
Pensiamoci bene, oltre a pochi e fedeli marchi storici, comunque circoscritti nel loro intervento di sponsor, perché mai un colosso dovrebbe puntare su un cavallo perdente?

Voi assocereste il vostro nome prestigioso a una società il cui motto dei tifosi è “chi si accontenta gode?”. Mettereste in gioco i vostri capitali associandoli a un concetto remissivo, che punta tutto su una retorica stantia e il più delle volte anche miseranda? Credete che i vostri ricavi sarebbero maggiori puntando pesantemente su di un concetto che fa dell’anonima sopravvivenza la propria ragione d’essere?

Già mi immagino i roboanti slogan da geni del marketing: “Lavazza, il caffè dei 18 derby persi”. “Ne hai presi 7 in casa dall’Atalanta? Beviti un espresso e sorridi alla vita”, oppure “Lavazza, il caffè di chi si commuove perché non sa fare altro”, “Lavazza, se lo bevi non fallisci”, uniti a validissimi gadgets quali la tazzina con coperchio, utilissima per bere il caffè mentre si applaudono le sconfitte.

No amici, non me la sento di condannarli.
La scelta è stata la più ovvia e facile, ma è stata anche la non alternativa a farlo capitare. Il marchio Effecì è appetibile al massimo da chi voglia rischiare, con qualche ardita pubblicità acrobatica, di tentare il tentabile e far conoscere il proprio marchio, non dalle grandi aziende.
Quale attrattiva può avere un marchio in cui i numeri della tifoseria diminuiscono anno dopo anno proprio per la sua scarsa attrattiva sportiva e sociale, figuriamoci economica, nella rassegnata mediocrità come dimensione naturale?
Nessuna, non ne ha. E così è stato anche questa volta.

Se tu ti accontenti delle briciole, mai nessuno ti darà un tacchino e tu ti convincerai che non potrai mai averlo.
Ce la possiamo prendere con gli altri fin che vogliamo, ma dovremmo rivolgere i nostri strali su chi ha permesso che un ruspante hotel a tre e spesso quattro stelle, avesse l’attrattiva di un ostello pulcioso.
Intendiamoci, non è un caffè che cambierà la nostra vita. Anche perché da tempo ci siamo abituati a berlo decaffeinato, per paura che qualche emozione che non conosciamo più possa fare fallire la nostra digestione.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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