Un giorno nuovo (M. Fratta, La Buca di Maspero)

di Marco Fratta
Quella di “toccare il fondo per poi risalire” è, al netto dell’onestà intellettuale di chi lo dice, una cagata pazzesca. È un falso storico, una magra consolazione per chi sta andando a picco verso la rovina, un illusorio appiglio prima della catastrofe. Ciò che è vero, di contro, è che quel fondo non si dovrebbe toccare mai. Indipendentemente dalla vecchia linea di divisione che separa gli ottimisti dai pessimisti, gli empirici dai karmici, i duri a morire dai rassegnati, eccetera. La condizione ottimale resta quella di non sottoporsi mai al fallimento -materiale o meno- dei propri progetti o della propria persona.

Il Torino Calcio ha conosciuto il fallimento, e quindi la sua morte, nel 2005. Si è trasformato nel Torino FC di Urbano Cairo in quella stessa estate per poi, nel corso degli anni, conoscere una seconda tipologia di fallimento: il galleggiare senza gloria. Forse peggiore. Anzi, senza dubbio peggiore, poiché inizialmente fu invisibile e ci illuse che quel galleggiamento fosse invero una stabilità.

Delle cinque o sei squadre al mondo col palmarès più assortito, non ce n’è nemmeno una che abbia costruito il suo impero sulla stabilità. Sono tutte partite da coraggiosi azzardi finanziari, da investimenti rischiosi e senza dubbio a perdere. Nei primi quattro o cinque anni del progetto che le ha portate a vincere, la parola “utili” era bandita dal bilancio, sostituita con entusiasmo dalle parole “stadio di proprietà, vivaio, settore giovanile, campioni”. Il diversamente alto di Masio queste cose le sa, le ha sempre sapute: è uomo di business -da leggere bisinèss, con la voce di Marlon Brando.

Come se non fosse già abbastanza pesante subire una menzogna dopo l’altra, un allenatore cariatide-carneade che andava in televisione a vantarsi delle plusvalenze e l’umiliazione sportiva nel 99.9% dei derby, a dare il colpo di grazia a questo lento ma brutale fallimento siamo stati noi: i tifosi.
All’alba del sedicesimo campionato dell’EffeCile, infatti, la tifoseria granata si presenta frastagliata, divisa sulle cose importanti, facilmente manipolabile e, inevitabilmente, semplice da infiltrare.

Siamo diventati il cosiddetto brutto oggettivo. A braccetto con uno 0-7 contro l’Atalanta, per ovvia deontologia, dovrebbe esserci una rabbia condivisa e con finalità risolutive. Invece, per la gioia del mandrogno e del suo staff fatto di ciccioni e di avvenenti filf barbuti, alle performance risibili si affianca un ambiente stanco, malato, venduto e eterogeneo come non mai.

Tutti sui social a misurarsi il membro con un moscio metro da sarta, tutti “più granata” degli altri. Dai flash mob organizzati due settimane prima con un evento su Facebook (e quindi il contrario di un flash mob), alla censura dei contenuti protratta ormai anche da chi non conta un cazzo: l’importante è mangiare in testa ad un fratello, anche se là fuori tutti ridono di noi.

È un giorno nuovo. È un giorno fatto di consapevolezze: prima ne facciamo tesoro, meglio è.

Intanto: noi tifosi granata non torneremo mai più ad essere come prima. Facciamocene una ragione. Anche ipotizzando un proprietà nuova, sceicca e bilionaria, molti di noi non vogliono tornare a cantare insieme a chi oggi sta aggrappato alle mutande del padrone. Gli eventi divisivi in questi quindici anni sono stati troppi e decisamente pesanti. Ci siamo fatti soffiare la Sebastopoli quando ancora portava il nome di una curva leggendaria, abbiamo concesso le intimidazioni e il sequestro dei drappi nero e oro da parte di chi oggi urla #cairovattene e ci chiama traditori. Come si può pensare di tornare ad essere fratelli?

Infine: smettiamo di aggrapparci alle chimere. Sono fuorvianti, fanno perdere tempo ed energia. È arrivato il momento di capire una volta per tutte che il porco, finché ci saranno i presupposti finanziari, non venderà. È inutile combattere la frustrazione restando appesi per tre giorni a questi o quei rumors, sperando (come fanno gli schiavi) che sia arrivata la volta buona. I cairoboys ce lo dicono da anni: se vogliamo vincere, dobbiamo andare a Venaria. E, come degna chiosa, abbiamo anche Evaristo Fattapposta che consiglia l’acquisto di Autocad a chi spera nei progetti.

È un giorno nuovo, ormai vuoto di sogni ma ricco di beata chiarezza. Ciò che era nostro non ci verrà mai restituito: ficchiamocelo in testa e lavoriamo sodo al recupero, almeno, di una salda dignità.

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