Chi visse sperando morì cagando (Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)

Ci risiamo amici.
Puntuali come gli squali che non arrivano, quando tu prepari una immersione in gabbia per mesi, si sono invece presentati in perfetto orario quelli che sperano.
Lo sappiamo, è la stessa pantomima che si ripresenta anno dopo anno, prevedibile, trita e ritrita, masticata, digerita e ruminata, prevedibile come l’arresto dell’assassino nelle puntate della “Signora in giallo”, imbarazzante come una racchiona che difende il proprio presidente.
Eppure ci risiamo. Quelli che sperano saltano fuori come ogni estate.
Balzellano fuori a piccoli gruppetti dalle fogne, a dire la verità sempre più sparuti, e cominciano a delirare.
Il delirio estivo non nasce certo con Cairo, in fondo la stagione delle vacanze è sempre stata quella delle grandi esaltazioni, sin da 30-40 anni fa, quando poi settembre rappresentava il banco di prova per le nostre giuste voglie di rivincita.
Da qualche anno, però, il perverso virus cairota ha iniziato a deformarsi nel delirio più spudorato e patetico, il tutto finalizzato a non recedere dal baratro del proprio supporto al Mecenate di Masio.
Ricordate la delirante estate in cui i sostenitori di Cairo godevano per l’acquisto di Soriano? E di quanti si vendettero per l’indegno Zaza con la maglia del Toro? O del delirium tremens vomitato la scorsa estate quando i cavalier serventi di Messer Urbano, discepoli di Nostradamus, davano quasi per certa la partecipazione alla Champions League? Poi seguita da una gagliarda serie di 23 sconfitte, coppe comprese?
Ogni anno la stessa storia. Mentre la società si dimena come sempre facendo proclami al banco del mercato e cercando il basso profilo per farsi fare lo sconto al banco del pesce, quelli che sperano e sostengono, ripartono col loro delirio.
Qualsiasi caccaruolo approdi alla corte cairota, diventa potenzialmente il nuovo Rivelino, il giocatore del riscatto, l’uomo della svolta, Persino il più sconosciuto degli sconosciuti, un nome inventato da qualche faceto giornalista, diventa l’occasione per fantasticare, dopo “Un anno che è andato male”.
Un anno.
Onestà intellettuale portami via.
Così mentre la Masiogang si diverte con mille profili fake a sperare, la montagna di cacca posta a lato delle speranze, aumenta di dimensioni anno dopo anno.
Sì, perché è vero che chi visse sperando morì cagando, e non è necessario morire comunque per essere ormai sommersi dal guano.
Non può esistere rispetto sportivo, ma anche personale, per chi ancora consciamente ha paura di ammettere di aver sostenuto per quindici anni il peggio del peggio. Non sia mai! Meglio modificare la realtà, credere alle proprie balle, annientare le proprie ambizioni, semmai ci siano mai state, e rotolarsi nella speranza color marrone, salvo poi furoreggiare per essere riusciti a vincere due partite (ricordate il “salutate la capolista” di inizio stagione?).
Mentre i surfisti cairoti si destreggiano sull’onda color maròn, da questa parte della barricata, che dovrebbe, anzi è, quella giusta, si moltiplica la frantumazione e si fa il gioco del Giullare ancora una volta.
Primedonne incanutite incallite alla ricerca della leadership, celoduristi invidiosi, iniziative altrui boicottate, finte cordate similmasiote che fanno la comparsata, altre di cui si intuisce l’esistenza e la probabile inconsistenza, vecchi tifosi che fanno da traino, anzi no, e soprattutto senso di reciproca sfiducia, soprattutto verso chi voltagabbaneggia con interessi personali facilmente intuibili.
Che dire, chi visse sperando morì cagando, l’abbiamo detto. Ma anche chi visse sparando, soprattutto col fuoco amico, fa la stessa fine, anzi: rischia di farla anche peggiore.
Non esiste più un fine calcistico, non esiste più il discorrere della formazione, le speranze cagate e malcagate.
Non esistono più.
Se ancora la parola “ideale” legata a questi colori vinaccia sommersi dagli sponsor, ha un senso, allora questo ideale finale sia ben chiaro a tutti, oltre i propri miseri orticelli.
L’ideale si chiama mandare via Cairo.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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