Ascesa e caduta di una fede scippata, puntata #2, (M. Fratta, La Buca di Maspero)

(Puntata #1: QUI)

Torino, quartiere San Donato, 21 giugno 1998

Indipendentemente da dove affittassimo casa, San Donato è sempre stata l’isola felice di mio padre. In quel quartiere aveva tutto: amici, luoghi, ricordi, le scuole dei suoi figli. Non a caso, molti anni dopo, avrebbe scelto di invecchiare e di godersi la pensione proprio lì. Ancora adesso, tutte le volte che percorro a piedi quel dedalo di vie strette che costeggiano i giardini alti, sento che sto per raggiungerlo. Anche quando sto andando altrove, ad esempio dal mio amico Silvano al New Castle Pub, non importa: l’invadente background dell’infanzia mi dice che San Donato è inequivocabilmente casa di papà.

In via Cibrario angolo via Collegno c’è tuttora un bar molto grande che, all’epoca, si chiamava Bar Moncenisio. Ma tutti lo chiamavano Bar Michele. Lui, Michele, era un grande amico di mio padre e non c’era da stupirsi: un adorabile gentiluomo, di un garbo e un’eleganza d’altri tempi. Un’ingrata malattia se lo portò via per sempre nei primi anni duemila. Quell’episodio rappresentò uno spartiacque nella vita del mio vecchio. Prese il vizio, da quel momento, di iniziare le frasi con “da quando Michele se n’è andato…” per poi concluderle con qualcosa di molto importante che avesse imparato dalla vita, o che avesse scoperto di se stesso.
Oggi è saggio, sempre meno innamorato del Toro e sempre più ironico nei confronti dell’esistenza.

Domenica 21 giugno 1998. Un caldo della madonna, al Bar Michele.
Noi ragazzini ci accalcavamo intorno al pozzetto dei gelati, mentre l’afa e i fumatori rendevano l’atmosfera irrespirabile.
Al campo neutro di Reggio Emilia stava per avere inizio l’antenato diretto dei play off -ossia lo spareggio- tra Toro e Perugia. In palio c’era la serie A: affascinante chimera che in quegli anni avrebbe garantito a ciascun giocatore di vedersela con il campionato più bello del mondo. Pochi minuti prima del match, il tavolino accanto al nostro venne occupato da quattro tifosi gobbi: oltre 120 minuti di blando humor, maleducazione e goffi tentativi di manifesta superiorità.

Ma in quella giornata, da molti annoverata tra le “più granata” della nostra storia, l’ospite sgradito passò inosservato dopo soli 7 minuti di gioco, quando il centrocampista Fabio Tricarico venne espulso e il Toro rimase in dieci uomini. Diede una gomitata in faccia al perugino Colonnello e il guardalinee Saia non esitò a suggerire per lui la doccia anticipata.

Vedi” mi avrebbe detto mio padre il giorno dopo, “in una partita secca, senza il ritorno, la cosa peggiore che possa capitarti è rimanere in dieci nel primo tempo”.
E così fu. Saltarono tutti gli schemi, i piani tattici. Venne meno la salvifica possibilità di pensare la partita con la testa per giocarla meglio con le gambe.
Un caldo impressionante, le maglie fradice si appiccicavano alla pelle dei nostri dieci guerrieri. Il Perugia aveva tra le sue fila un elemento caldo che presto si sarebbe fatto conoscere in tutto il mondo: Marco Materazzi. Nei due canonici match della stagione tra Torino e Perugia, infatti, il capitano Gigi Lentini aveva confessato ai giornalisti che costui tirava gomitate su palla inattiva, strappava magliette, intimidiva e offendeva. Era necessaria un’immensa freddezza per non cedere alle sue provocazioni: ne sa qualcosa un pallone d’oro che ha concluso la carriera prendendolo a testate.

Le disgrazie non vengono mai da sole e questo dogma ai cuori granata viene tramandato già nei primi anni di vita: nonostante una partita giocata in maniera ineccepibile (per i mezzi rimasti a disposizione) ed un cuore gettato sempre e solo oltre l’ostacolo, al 76′ il Perugia passò in vantaggio. Traversone di Milan Rapaić e fendente di Tovalieri. Crollò il mondo.
Ad interrompere l’apnea ci pensò solo tre minuti più tardi qualcuno che, ormai, di cuore granata se ne intendeva: Marco Ferrante. Il suo fu un colpo di testa su assist di Bonomi, dopo una rimessa laterale di Fattori: 1-1.
Non voleva saperne di arrendersi, quel Toro. Era troppo alta la posta in gioco ed era uno spettacolo girarsi verso il settore riservato ai granata: quasi dodicimila cuori arrivati apposta nella terra di nessuno, dopo aver percorso 600 chilometri.

Mio padre, da quel 79′ fino alla fine dei tempi supplementari, fumò sette Merit. Michele, con una sorta di automatismo dettato dall’empatia, ogni sei minuti gli portava una Beck’s. Ghiacciata.
I gobbi proseguivano con il loro teatrino, forse credendosi simpatici. Se solo avessero saputo che quel Perugia, due anni dopo, li avrebbe castigati in un match di calcio saponato grazie ad un certo Calori, senza dubbio avrebbero riso meno.

Una cosa che ricordo con estrema esattezza è che l’anno successivo, in Maratona, “la mamma di Gaucci è una puttana” sarebbe diventato uno di quei cori che si lanciano ad ogni partita.
Reggio Emilia fu e rimane una cicatrice aperta, complice il fatto di poter imputare ben poco alla compagine. Sono stati persi dei punti preziosi nel girone di ritorno, ma con Tricarico in campo e ad armi pari, molto probabilmente, gli almanacchi oggi racconterebbero qualcosa di diverso.

Di diverso da che cosa?
Beh, da quella lotteria dei rigori che vide il Perugia promosso in serie A e il Toro, drammaticamente, condannato ad un altro anno di purgatorio.
Tony Dorigo fallì il penalty colpendo il palo. Gigi Lentini, anni dopo, confesserà di aver più volte ricordato quel legno alla pari dei legni di Amsterdam: diverso livello, siderali competizioni, ma stessa e identica sfortuna.

Ciao Lino, ci vediamo domani. Mi dispiace”.
A domani, Michele. Il Toro è una fede”.

(Continua)

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