Ascesa e caduta di una fede scippata, Puntata #1, (M. Fratta, La Buca di Maspero)

Periferia nord di Torino, estate 1997

Poche settimane dopo aver festeggiato il suo decimo compleanno, Marco era entrato in quella difficile fase in cui non sei ancora un uomo ma nemmeno più un bambino. All’epoca non c’era tutta la sensibilità attuale nel dare i nomi alle cose: gli spazzini si chiamavano ancora così, i bidelli pure. Oggi, forse, quel Marco verrebbe definito “diversamente ragazzino”, oppure “quasi adolescente”. Sapeva già, dal canto suo, di aver ereditato un mondo fatto di seghe mentali. Un “complessamente mondo”.

Fu un’estate molto calda, quella di ventitrè anni fa. Non solo dal punto di vista delle temperature incandescenti. In periferia nord, tra Madonna di Campagna e Lucento, farsi rispettare e ottenere la copertura delle amicizie giuste era una missione ardua. Alle case popolari di via Verolengo, dove Marco era solito giocare a pallone tutti i pomeriggi, c’erano tanti ragazzi che tifavano Toro. Uno di loro, in particolare, aveva uno Zip elaborato con l’adesivo dei Korps appiccicato sotto il fanale. Un altro, che sei anni dopo avrebbe lasciato questo mondo da minorenne in una colluttazione, era particolarmente agguerrito nei confronti dei gobbi: un vero peccato che si sia perso la loro discesa negli inferi.

Tuttavia sembrano passati molti più anni di quelli che sono in realtà trascorsi.
Al giorno d’oggi mettiamo un telefono in mano ai bambini e li chiamiamo ogni cinque minuti per sapere dove sono. All’epoca, invece, l’estate di Marco consisteva nell’uscire di casa alle dieci del mattino, con un pallone in mano, per poi ritornare all’ora di cena tutto bollato, sbucciato, zozzo e rigorosamente senza pallone. Il padre e la madre, un assicuratore e un’impiegata del catasto, si accontentavano di avere tutti e tre i figli attorno alla tavola puntuali, pronti e composti, senza investigare più di tanto sull’andamento della giornata. Marco era il più piccolo dei tre, più piccolo di parecchio: ora che aveva raggiunto l’età a cifra doppia, l’inafferrabile mondo là fuori sembrava parlare anche a lui.

La sera del 23 agosto, il padre gli disse: «domani alle sei in punto ti voglio a casa: andiamo allo stadio».
Lo stadio. Un’entità, un tempio, un degno teatro di tutti quei racconti dei decenni passati. Un’espressione evidente di quella fede granata che siamo molto orgogliosi di aver appreso e doppiamente felici di saper tramandare. Come per incanto, da lì a ventiquattro ore, le VHS con la voce narrante di Ormezzano sarebbero diventate realtà. Un biglietto da collezionare, il boato della Maratona -oggi Sebastopoli-, l’evergreen “chi non salta bianconero è” da intonare tutti abbracciati.
Eccola lì, l’età adulta. Eccolo, finalmente, quel senso d’appartenenza ad una collettività che non aveva pari al mondo.

E l’indomani, alle sei in punto, Marco era pronto. Una sciarpa tra le mani (impensabile metterla al collo nell’agosto torinese) e un amore da regalare.

Coppa Italia, ritorno del primo turno: Toro-Como.
Dopo la batosta dell’andata (4-2), il Toro sperava ancora di qualificarsi ma il primo tempo fu alquanto statico, privo di brividi. Sembrava la Maratona il vero protagonista della serata. E un “poco più che bambino”, di fronte ad un tale spettacolo, fece ovviamente la domanda più banale del mondo: «papà, ma se siamo così eccitati e festosi questa sera, se stiamo così stretti di fronte ad un avversario di poca cosa, com’è la curva nel derby?!». Il padre rispose con un sorriso sornione, di quelli che stanno a metà strada tra la goduria e la malinconia, ma non disse niente. Ci vollero quattro anni e due mesi prima di quel derby in cui Marco capì tutto, quando al 3-3 di Maspero discese diciotto gradini sul culo per poi ritrovare il padre al tornello dell’uscita -senza nessuna preoccupazione sul volto.

Ma torniamo a quel modesto match di coppa Italia. Torniamo a quel secondo tempo, poiché ci sono secondi tempi in cui l’allenatore azzecca i cambi e trasforma il risultato. E così fu: il tecnico Souness, durante l’intervallo, pianificò la scelta vincente -ma anche l’unica che, obiettivamente, potesse alimentare la speranza di qualificarci.
Fuori un difensore e un centrocampista, Dorigo e Asta, dentro due attaccanti, Foglia e Carparelli.
Il Toro l’ha voluta, quella vittoria. Mica era il Brasile, che quando butta male mette sempre qualche attaccante in più. No, era il Toro. Solo l’autentica mentalità granata poteva fare la differenza sul verdetto finale.

In soli diciassette minuti arrivarono ben tre gol. Doppietta di Foglia e acuto di Carparelli: proprio loro due. La Maratona al settimo cielo, come se le sfide europee di soli cinque anni prima fossero ormai un ricordo incartapecorito. La serata di tifo rese degno significato ad uno striscione storico, comparso durante un’altra partita: “da Madrid a Licata, sempre fiero di essere granata”. Perché era quello il segreto per capire la vera anima del Toro: tifare per la fede.

Qualcuno, soprattutto sui social, riassume questo concetto in un modo fuorviante: “solo per la maglia”. Ma non è la maglia il punto. Tutte le squadre ne hanno una, tutte le curve amano i propri colori. Non siamo sarti, né indossatori: siamo i tifosi dell’unica squadra al mondo che possa parlare di fede, di leggenda, di quarti d’ora rivoluzionari, di destino. Esistono dei thriller che abbiano lo stesso intreccio spietato della storia del Toro? Esistono autori che siano riusciti a scriverli col solo aiuto dell’immaginazione? La risposta è no. Questi siamo noi: oltre la maglia c’è di più.

Quella contro il Como fu una qualificazione senza alcun valore storico e/o di lungimiranza: già al turno successivo la Sampdoria ci buttò fuori dalla competizione a pedate. Ma quel match di ritorno, a suo modo, rappresentò il battesimo di un tifoso granata. Gli mostrò finalmente la fondamentale linea di confine tra la memoria (degli altri) e l’esperienza diretta.

Una generazione sfortunata, quella di Marco, che dopo anni e anni di serie B ha dovuto necessariamente credere alle menzogne di Cairo per non lasciare che la fiamma della fede si spegnesse in mezzo alla tormenta.
Poi, a spegnerla del tutto, chi ha pensato proprio Cairo: un tradimento a doppio filo.

(Continua)

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1 thought on “Ascesa e caduta di una fede scippata, Puntata #1, (M. Fratta, La Buca di Maspero)

  1. Io, come te e come la gran parte dei tifosi granata ho avuto un percorso analogo… solo vent’anni prima…. il mio primo anno allo Stadio data 1976 … , 11 anni, una squadra da brividi….
    I più bei ricordi sono mio papà che mi portava al Fila a vedere gli allenamenti sulla canna della 28 nera coi freni a bacchetta, lui operaio manutentore a Mirafiori….
    Anch’io ti posso raccontare di cortili, bici, ginocchia sbucciate e prime risse tra ragazzi… chi della mia leva nn aveva fatto a botte tra gruppi del quartiere??? Borgo Cina, via Artom, strada delle Cacce, via Roveda. Eppure quella magica Curva ricompattava tutti in un’unica Fede, magari pezze di gruppi diversi, ma un unico enorme grumo di sangue granata come le croste sulle ginocchia, e tra noi ragazzini ai miti della balconata ti sentivi una famiglia! Uniti come un pugno si diceva! – continua – …..

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