“Il Grande Torino” di Alberto Manassero (Perreca, Fratta, La Buca di Maspero)

Come promesso qualche mese fa, ecco le nostre emozioni in merito a questo capolavoro narrativo di Alberto Manassero (guarda la vetrina su Amazon).
Inizia Francesca Perreca, seguita a ruota da Marco Fratta.
Cinque stelle di gradimento al buon Manassero e buona lettura a tutti voi.

di Francesca Perreca
«Sono del 1926, mi chiamo Campo Torino, ma comunemente mi conoscono tutti come Stadio Filadelfia. Fila per gli amici».
Inizia così il libro di Alberto Manassero “Il Grande Torino. Gli Immortali” e molti avranno da dire che “è l’ennesimo libro sulla storia di quella immensa squadra”, oppure “che cosa ci sarà ancora da dire che non è stato già detto?”.
Già, perchè quello che accadde in quel 4 maggio 1949 la storia lo sa. Lo sanno tutti. Ma per me sarà sempre infinita, mai mi stancherò di leggerla.
Questo libro è diverso dagli altri. Chi racconta a noi lettori l’evolversi delle imprese del Grande Torino è un protagonista nuovo e soprattutto inedito: è lo stadio Filadelfia.
Manassero, con la sua narrazione, ha la capacità di farti sentire il profumo dell’erba, di catapultarti in tribuna ad urlare e tifare per quegli eroi, di entrare in empatia con i giocatori quando negli spogliatoi parlano della loro vita quotidiana.
Il Fila che, fermo e silenzioso, accoglie il rumore dei calci al pallone, dei “GOOOOL” urlati dagli spalti, del lutto di Torino e dell’Italia intera.
Uno stadio che ha il potere di racchiudere nel suo rettangolo verde valori che vanno oltre le vittorie, la bolgia del tifo; uno stadio che tramanda passioni, capacità di superare le difficoltà; uno stadio che incarna un senso di appartenenza e di identità senza precedenti; uno stadio che ha insegnato al Toro ad essere il Toro.
Ogni pagina di questo libro ci emoziona ed Alberto, dando voce al Filadelfia ha la capacità di unire la cronaca sportiva e la vita di tutti i giorni, l’umanità dei giocatori e dei dirigenti con le strepitose partite. I progetti societari, il rimboccarsi le maniche che porta ad una sana e meritata vittoria.
Tutti noi, leggendo un libro sul Grande Torino, sappiamo come finisce ma in questo caso è diverso. Il libro, pubblicato nel 2019, oggi più che mai è di un’attualità che fa spavento. Quando lo lessi la prima volta le lacrime presero il sopravvento sulla mia razionalità e fu per me una commozione inedita. Ma rileggendolo oggi, dopo gli eventi dei giorni scorsi, sono stata invasa dalla rabbia. Non me ne voglia Manassero, ma sono convinta che possa capirmi.
Il Fila non è stadio, non è un posto dove svagarsi, non è un semplice luogo. Il Fila, per chi il colore Granata lo ha dentro, è un pezzo di cuore che negli anni non ha mai smesso di battere nonostante le ferite, la negligenza e perfino la demolizione.
Oggi è diventato una location per eventi, un motivo di lucro, come se non avessero già lucrato abbastanza. Iil problema non è che viene usato per occasioni che non riguardano il Toro, ma che chi lo sfrutta prende costantemente in giro chi in quel rettangolo verde ha riposto le speranze di sentire di nuovo quei palpiti che ci rendono Granata.
La violazione del cuore è peggio dell’ignavia societaria che perdura da troppi anni, o l’aver deriso i tifosi. E non mi riferisco solo a quella foto che gira sul web, molto peggio del io non sapevo, io non c’ero, io non ho sentito. Questo dimostra il totale menefreghismo dei vertici, proprio tutti, che si sono appropriati di un qualcosa che non gli appartiene e ne hanno deturpato l’essenza.
Le azioni di costoro, che paragonarle a dei rifiuti urbani è solo un complimento, a mio avviso sono peggio dell’aver abbandonato il Filadelfia.
Come scrive Alberto nel suo libro «Il Fila è qui, che aspetta. Sì, io aspetto…». Già, aspettiamo. Ma questa volta ho davvero paura che sia troppo tardi.


di Marco Fratta
Per chi ha scritto questo capolavoro, vale a dire l’autorevole Alberto Manassero, lo scroscio di applausi è dietro l’angolo. Ma di quegli applausi belli, lunghi, lusinghieri e indimenticabili. Di quelli che non si dimenticano.
Ma per chi deve commentarlo… beh, il lavoro si fa impegnativo.
Tanto per cominciare, questo libro sottopone la nostra fede granata ad un lampo di genio che non ha precedenti nella storia dei narratori: a raccontarci i fatti è il Filadelfia. Sì, avete capito bene. Dopo numerosi decenni di letteratura sulla storia del Toro, finalmente qualcuno ci ha fornito un punto di vista nuovo, alternativo, ben lontano dalla retorica di un passato raccontato troppe volte -e quindi, spesso, non più in grado di accattivare le nuove generazioni.
Zitti tutti: parla il Fila. Non come se fosse soltanto un uomo in carne ed ossa, ma anche e soprattutto un uomo emozionato.
Chissà cosa direbbe, oggi, il prato del nostro tempio. All’epoca, come racconta Manassero, c’erano figure come Gino che dialogavano con la struttura consapevoli di vivere da protagonisti la nascita di una leggenda. Oggi invece lo stadio -sempre chiuso ai tifosi- diventa merce in affitto a categorie professionali che vogliono fare i convegni all’aperto. Se è vero che il Toro è una fede, come tutti ripetiamo sempre, allora questo accaduto equivale allo striscione di un serramentista appeso alla finestra di piazza San Pietro. Tu, mentre papa Francesco dice messa, puoi annotarti il numero di telefono ben in vista e aggiustare finalmente la tapparella che cigola. Monetizzare tutto il possibile, anche se questo significa barattare una fede per 500 euro l’ora.
Vi sembrerà fantasia, ma purtroppo non lo è più. Alcuni di noi si erano già indignati per l’invadenza pubblicitaria a Superga, il 4 maggio 2019. Ma quell’evento, tuttavia, non fece tutto questo rumore.
Manassero attraversa i decenni della nostra storia con una verve poetica invidiabile per chi scrive e godibile per chi legge. Il libro (edito da Diarkos con distrubuzione Mondadori) entrerà senza dubbio tra i dieci titoli imperdibili che fanno da testimonianza al nostro “essere stati”. Torneremo?

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