Chi nasce lecchino muore lecchino (Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)

di Franco Zolaudia
Diceva l’esasperato Robert de Niro rivolgendosi a Sharon Stone, in quel gran film che è “Casinò” di Martin Scorsese, che chi nasce con l’attitudine alla professione da marciapiede, muore nello stesso modo. Un po’ come dire “chi semina datteri non mangia datteri”, visto il secolo che la pianta impiegherà a fare i frutti. No, egli non ne mangerà, ma passerà i suoi anni ammirato a guardare la pianta che cresce.
Tutto questo per dire che la gente non cambia. Al limite si può nascere rivoluzionari e morire pompieri, raramente il contrario.

C’è una strana aria che gira per Torino, difficile capire se si tratti del solito clima isterico da “sentito dire” o da persone troppo informate che però non possono parlare.
Gente che sa, gente che fa finta di sapere, gente che parla troppo come al solito, gente che parla ma con le persone sbagliate, in un tripudio di voci incontrollate che iniziano con “non dirlo a nessuno” ma che stranamente partono tutte dalla base, come se chi fosse realmente intenzionato a inserirsi per prendere il posto del nano (avete letto bene, “nano”, ripetuto come una sirena), si prendesse la briga di farlo tramite una accozzaglia di tifosi casinisti e arruffoni nel migliore dei casi, millantatori nel peggiore.

Abbiamo trascorso anni a combattere, spesso da soli.
Ci sono stati gruppi di tifosi allo stadio ai quali è stata resa la vita impossibile, altri che hanno provato a contestare e sono stati sbeffeggiati. Ci sono stati tifosi singoli, oppure anche pagine, che hanno portato avanti la loro personalissima battaglia con gli strumenti che avevano a disposizione, passando attraverso situazioni di gente esaltata per una vittoria contro il Pergocrema, mettendo alla berlina quella grottesca mentalità nella quale era sprofondato il tifoso, diviso da anni di gestione nano-nano.

Tutto nell’indifferenza delle persone che avrebbero invece dovuto opporsi e dare una mano, una volta che il piano del nano si era rivelato lapalissiano.
Che bella rima, nano nano.

C’è stata poi l’imboscata, titolo non soltanto di un disco di Battiato, ma di una complicata manovra concertata tra enti coordinati tra di loro, atta a fare in modo che il gruppo anti-nano per eccellenza venisse defenestrato dallo stadio, mentre la curva Aspromonte cantava “Tantopeccantà” e altri facevano finta di contare i pop-corn.
Ci sono stati giorni, mesi e anni per non lasciare da solo chi veramente voleva bene alle proprie radici e al proprio credo.

Invece no, siamo sempre stati circondati da cortigiani, lecchini e lacchè, da untori del fallimento, da cultori della divinità personale, da ragazzotte sculettanti disposte a tutto pur di salire su questo sgalfo e imbarazzante carrozzone, tra i plausi delle madri e dei morti di figa adoranti. Siamo stati circondati da gestori di siti compiacenti, che non hanno mai intascato una lira se non il paterno sorriso bonario e compiaciuto del padrone.
Soprattutto, abbiamo avuto a che fare con fiere da sagra del bollito con club, dove una volta ribolliva il Tremendismo, trasformate in sagre paesane con la salsiccia che cuoce tra poche persone che ricordano i tempi andati, tutti bene attenti a dirsi che “il calcio è cambiato”.

Ora, improvvisamente, dopo una salvezza ottenuta più grazie all’interruzione da Covid, che a un paio di fortunose vittorie, anche chi fino a ieri sleccazzava il padrone fustigando gli altri, improvvisamente si scopre un Che Guevara, con la credibilità rivoluzionaria di Alvaro Vitali.
Che succede? Vi hanno detto di fare così?

Ci sono associazioni che hanno firmato la recente lettera che hanno la credibilità dell’Italia che attaccava Gheddafi dopo averlo sostenuto per 40 anni.
Addirittura imbarazzanti certe prese di posizione. Di alcune persone non mi fiderei neppure se mi proponessero la vita eterna. Un po’ come se mi suonasse il campanello di casa la Fattucchiera di Mondovì e mi dicesse: “Le ho portato a casa il vaccino per il Covid”. Credete che mi fiderei? No, perché ovviamente subodorerei un interesse personale dietro questa disponibilità. Lei come tanti altri. Piuttosto le sbatterei la porta in faccia, lei e il suo vaccino, o piuttosto la porterei con me a fare un’immersione nella gabbia per vedere gli squali, salvo poi spalancarla inavvertitamente e lasciarla lì a farsi ignorare pure dalle bestiole dalla “pinna grossa”.

Lo so, non mi fido più di nessuno, o di pochi. Soprattutto non mi fido di voltagabbana che hanno sempre un tornaconto personale, fosse anche un’acciuga al verde da servire ai commensali, e che si snodano dai loro basamenti di granito soltanto perché vedono un tornado all’orizzonte.
Chi nasce passeggiatrice muore passeggiatrice, diceva giustamente Robert de Niro a Sharon Stone. Io mi allineo e dico che chi nasce lecchino muore lecchino, e sarà pronto quando il fausto giorno arriverà, a rimpiazzare un nano (nano-nano) con un nuovo saltimbanco, apparecchiandogli la tavola e guardandolo negli occhi sperando di compiacerlo.

Ricordiamoci di chi ha apparecchiato la tavola lungo tutti questi anni, facendo il cane da guardia per il padrone.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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