Il Grande Sonno, ovvero il Grande Tonno: fiabe per la buonanotte (di Franco Zolaudia, La Buca di Maspero)

Vi presentiamo la nuova rubrica “L’angolo di Franco Zolaudia“. Periodica, ma non proprio periodicamente. Simpatica, ma non priva di rancore. Vendicativa, ma non vuota di sentimento.
Andremmo avanti ancora con sinonimi e contrari, ma perché farvi questo? Buona lettura
da Marco e Francesca.

di Franco Zolaudia
Anche le macchine più complesse e tecnologiche possono avere malfunzionamenti. Un tizio sul finire degli anni’80, distrutto dal dispiacere per la serie B decise di farsi ibernare. Motivazioni personali che non stiamo a discutere, risveglio programmato dopo 30 anni.
Come detto la macchina anziché funzionare alla perfezione, saltuariamente gli permetteva di sognare gli eventi della realtà che lo circondava.

Sognò così un giorno un santone, dalla lunga veste bianca e dal sorriso freddo e scintillante, neanche fosse quello di una dentiera.
Io qui vedo solo macerie” disse il sommo. “Io sono la Guida, la Verità, la Sapienza. Chi crede in me vedrà la via”.
Forse sarebbe stato meglio scambiare le vocali di Guida per avere un’idea del personaggio, ma la gente nel sogno lo seguì davvero.

Chi lo chiamava Vate, chi lo chiamava Maestro, chi addirittura Padre.

Soltanto con gli anni molti avrebbero iniziato a chiamarlo Vecchio bastardo, ma questa è un’altra storia. Ciò che sfuggì alla pletora di gente del sogno, fu che, benché le macerie fossero già presenti, egli contribuì con la propria robusta mazza ferrata (che tanto si dice faccia ancora girare la testa a specie rimbambite stanziali del Piemonte del Sud) a sbriciolare da buon pifferaio magico, avvalendosi di concetti fuorvianti e deliranti, ciò che rimaneva delle macerie non ancora polverizzate.

Un sogno tremendo. Grazie al suo proselitismo e al declino del tremendismo da egli iniziato e perpetrato, il santone spazzava via ciò che rimaneva di una antica mentalità. Un altro sogno. L’uomo si rivedeva bambino. Poteva sembrare patetico e forse lo era.
Suo zio incazzato nero dopo una partita. Lo sguardo lungo di suo padre invece, quasi funereo.
“Che c’è zio” il bimbo chiedeva con l’ingenuità dei suoi sei anni.
“Tu non capisci” rispondeva sgarbato “Con oggi abbiamo perso lo scudetto”. “Perché?”.
“Perché, perché e perché! Perché ci siamo accontentati del pari con i gobbi. Questo punto ci costerà lo scudetto!”.

Il bimbo non capiva, avrebbe capito poi. Il Toro aveva pareggiato 1-1 con la Juve, gol di Causio e Pulici. Un punto che sarebbe costato lo scudetto.
Siamo cresciuti con la voglia di vincere sempre proprio perché vincere non era mai scontato. Abbiamo subissato la squadra di fischi dopo una amichevole di agosto persa in casa con l’Argentinos Junior. Abbiamo spronato bande di brocchi e scarponari a superare i propri limiti, donandogli il cuore in cambio quasi della vita gettata sul campo.

Se una persona davvero si fosse fatta ibernare 30 anni fa e si risvegliasse oggi, pregherebbe iddio di tornare in ibernazione, pagando, per altri 200.

Mio Dio, cosa siamo diventati?

Immaginate dunque questo fantomatico ex ibernato aggirarsi oggi con fare sperso, Covid permettendo, avendo sperato in una realtà e trovandone pulviscolo anonimo. Immaginatelo recarsi in curva e trovarla calabresizzata e tanto per cantante.
Oppure pensatelo dopo un rovescio interno, da lui considerato onta, immerso tra gente che applaude con sguardo fiero e gli ripete concetti che spaziano dal “Solo per la maglia” a “Se non lo ami quando vince, non amarlo quando perde”.

“Cosa minchia hanno mangiato questi qua?” si chiederebbe mentre un tizio dallo sguardo basso gli spiegherebbe che il calcio è cambiato, che occorre essere grati a Cairo.

Cairo? Chi è costui? Da quanti anni è qui? Ha fatto mangiare funghi allucinogeni in mensa?
Immaginate ancora questo ex ibernato, ma sempre più raggelato, avere a che fare con i social attuali.
Trovarsi di fronte a gente che sostiene che questa sia la giusta dimensione granata, tifosi che gli parlano della paura di fallire, di orridi 0-7 interni patiti dall’Atalanta, dell’attendere un futuro che non arriva mai, di ricordare l’errore che fu mandare via Sergio Rossi.

“Sergio Rossi?” mediterebbe confuso.
Lui ricordava bene Sergio Rossi, conosceva bene la storia e sapeva che non era andata esattamente come descritto su queste diavolerie di social.
Immaginatelo ancora, sempre più intensamente, mentre prende coscienza che la sua squadra ha perso 18 derby e che questo è considerato normale, pensate alla sua faccia vedendo dei gobbi di merda zimarri in squadra, con gente in coda per un selfie sbavante.

Fate uno sforzo ulteriore, pensatelo mentre si avvede del fatto che esistono zitelle semiputrescenti diventate leader di quella bestia che oggi chiamano accontentismo.
Oppure mentre inorridisce per una maglia, lontana parente del granata che conosceva, piena di scritte come neanche un cartellone pubblicitario. O ancora al suo orrore per gli agguati perpetrati alla sola forma di Resistenza, l’unica nella quale egli si riconoscerebbe, nell’indifferenza della gente sui seggiolini

Pensate, pensate a tutto questo.
E soltanto dopo al Brescia.

“Davvero vuoi farti nuovamente ibernare?”
“Sì, mandatemi via da qui”
“Eppure hai tutte le comodità, lo stadio col seggiolino, la pay per view, i pop-corn, sei pure in serie A… non capisco, non ti basta? Perché non applaudi?”
“Non applaudo un cazzo, coglione. Mandami via di qui, voglio tornare indietro, dove le cose hanno un senso. E se non si può, allora in un’altra realtà”.
“Quindi qui le cose per te non hanno senso???”.
“Ascolta amico e non prendermi per il culo. Noi abbiamo smesso di essere del Toro quando abbiamo rinunciato ad essere noi stessi. I veri ibernati siete voi e un giorno vi risveglierete davvero senza nulla. Ora, se non ti spiace, schiaccia questo cazzo di bottone. Tu sei libero di essere uno zombie. Io voglio soltanto dormire e possibilmente tornare a casa”.

Franco Zolaudia è nato a Torino il 4 novembre 1970. Fotografo, amante delle immersioni subacquee e di tutto ciò che ha che fare col mare, non sopporta, oltre che i cori russi, la deriva attuale del Torino FC.

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