I due assenti ingiustificati (R. Gili, La Buca di Maspero)

Come promesso di recente sulla nostra pagina Facebook, inauguriamo oggi la rubrica “gli articoli dei nostri lettori”.
Inizia Riccardo Gili con una riflessione a nostro avviso ineccepibile.
Buona lettura!


di Riccardo Gili
L’esiguo numero di tifosi presenti alla protesta che ha anticipato il derby non deve ingannare l’osservatore superficiale di cose granata.
Perché dietro a chi ha partecipato al sit-in c’è un mondo in subbuglio, un popolo tradito e un sentimento ferito.
Non c’erano solo quelli scontenti ma c’era dietro tutta una marea di voci silenti da aggiungere al coro.
Ed è stata una protesta forte, fragorosa, intensa e con due grandi assenti ingiustificati.
Il primo assente, che ha fatto notizia e fatto pensare (male), è stato il tifo organizzato.
Non c’erano ultras a gridare il dissenso del Torinista medio, almeno in veste ufficiale.
Si dirà che gli ultras tifano la maglia prima di tutto ma sarebbe come asserire un falso storico. E sarebbe soprattutto stucchevole che il tifo organizzato non si facesse sentire in maniera più strutturata dopo questa marea di sconfitte ed umiliazioni.
Siamo diventati lo zimbello della serie A, prendiamo 4 gol a partita e loro non protestano?
Ma ancor più il sentimento di dolore dovrebbe essere recepito dal tifo organizzato perché oggi come oggi è fortemente a rischio il futuro del Toro, ineluttabiente messo a repentaglio da una atavica mancanza di idee di organizzazione di programmi chiari e di una seppur minima strategia.
E tutto questo è talmente evidente che non rilevarlo e gridarlo sa di pericolosa e ineluttabile connivenza.
Un aspetto postivo nell’assenza dei gruppi di tifosi però c’è.
Perché senza il booster del tifo organizzato il numero dei partecipanti è da leggere con il moltiplicatore.
Perché vuol dire che la protesta è stata spontanea, genuina e vera e viene dalle viscere senza un ordine precostituito, come un grido di dolore.
Il secondo grande assente, che manca da un po’ di tempo è stato il protestato.
Colui che ha ricevuto gli strali di tutta la sua gente (fatto salvo qualche tifoso sognatore o forse miope ed ingenuo) e che è reo di crimini dell’umanità calcistica ormai evidenti.
Il capo d’accusa è pesante: furto di cuore ad un popolo inerme, ricettazione di un progetto al mercato nero dei bilanci con spaccio per progetto credibile di pura aria fritta.
E anche questa volta la risposta alla protesta è stato un sordido silenzio, con l’insostenibile e perversa abititudine a fare intollerabili orecchie da mercante.
Tutto ciò rende il reo confesso e colpevole.
Colpevole non tanto di non aver investito (che pur è un capo d’accusa gettonatissimo) ma di averlo fatto male, senza idee, preferendo sempre l’approccio tattico a quello strategico.
Sono tanti gli indizi, esposti dal pubblico ministero: mancanze enormi (sede, stadio, Filadelfia, mercati d’estate, mercati di riparazione, organici societari, Robaldo e molto altro), dichiarazioni irresponsabili (la squadra non migliorabile, Messi non in vendita, sono come Ferruccio Novo) ma soprattutto arroganza e presunzione come il descrivere la realtà senza la benché minima autocritica.
La sentenza comunque è in arrivo e non sarà soltanto la permanenza in A o lo sprofondare in B.
Perché è comunque possibile, se non probabile, che il Toro si salvi, andando il Lecce alla velocità di un bradipo.
Potrebbe bastare per questo fine battere le già retrocesse Brescia e Spal e magari fare uno o due altri pareggi per fare quegli striminziti 38/39 punti del minimo sindacale.
La vera sentenza sarà invece come progettare il futuro e determinare cosa vorrà fare il colpevole di tutti i nostri mali.
Che parli e lo dica chiaramente perché non ci sono davvero più alibi.
Se Cairo non vuole dedicare tempo passione ed energia che decida di vendere.
E su questo non mi si dica che non ci sono compratori.
Una società che non è in vendita non ha per definizione acquirenti, se invece lo fosse ci sarebbero le condizioni per cercarli anche tramite addetti specializzati.
Se invece Cairo decidesse di restare (e quindi optasse per il martirio) ci sono alcuni accorgimenti ormai improcastinabili che dovra seguire e che passano dalla creazione di una struttura societaria ad hoc, dallo stadio, dalla sede e da un mercato di prospettiva.
Te ne vai o no?
Iniziamo con il rispondere a questa semplice domanda.

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