Il clima derby più squallido della storia (M. Fratta, La Buca di Maspero)

A noi cuori granata c’è una cosa che non manca affatto: la memoria. È risaputo ed è così da sempre. Ne facciamo un utilizzo smodato e ossessivo sia per le ricorrenze allegre e festose che per quelle cupe e macabre. Basta trascorrere dieci minuti sui social per toccare con mano questo nostro tormentato rapporto coi ricordi. Da Famila76 che posta una foto di Leo Junior, ai Tremendisti che lo accompagnano con la Maratona degli anni ottanta, fino agli Accontentisti che sfottono Ventura: è un continuo vivere con un piede indietro, nel passato, quasi come una forma di autodifesa.

Una Leggenda non è tale senza una storia leggendaria da raccontare: ossimoro che con delicatezza spiega questa nostra perversione per il feticcio degli anni addietro. Ma è altrettanto vero che quella memoria di ferro, inviolata dallo scorrere delle epoche, si rivela essere sempre un’arma a doppio taglio. Esattamente come in questo caso: il clima derby.

Il derby, ogni anno, scandisce i due punti in cui la stagione culmina emotivamente. Lo si inizia a sentire già dalle settimane precedenti, con i soliti noti che incendiano la serranda dello Sweet o che imbrattano con cattiveria la salita verso Superga. È un must, un appuntamento con la storia. Cento e ottanta minuti in totale in cui il risultato ottiene un’importanza esigua rispetto a tutto il contorno della sfida.

Oggi, due giorni prima del duecentesimo derby della Mole, sembra tutto cambiato. L’atmosfera è tetra, priva di qualsiasi impeto agonistico o di senso d’appartenenza. Le società di scommesse danno i gobbi vincenti tra 1.17 e 1.25: è uno scenario assolutamente inedito, poiché anche negli anni più bui si aveva la certezza che il Toro nel derby avrebbe combattuto sino allo stremo delle forze.

Tuttavia sono già comparsi gruppetti di cerchiobottisti, sempre pronti a trovare buone scuse: dicono che un derby a porte chiuse non può che essere freddo e poco sentito. Io però, dal profondo della mia fede granata, sento che quest’anno sarebbe andata così anche con sessantamila spettatori sugli spalti. Non sono più i dettagli a fare la differenza, non è più l’analisi di questo o quel microevento della settimana. No, qui il problema è macro.

Dopo il Daspo ai Torino Hooligans dello scorso novembre (leggi QUI) il morale nell’ambiente del tifo è ulteriormente sceso e i conflitti interni si sono accentuati. Inoltre, calcisticamente parlando, è da troppo tempo che non si prova un’emozione forte assistendo alle gare. Tutti ingredienti macro, per l’appunto, che talvolta sembrano suggerire che sia impossibile ritornare agli standard di entusiasmo che tutti ricordiamo.

Sembra, ormai, che del prestigio granata e della sua torcida sugli spalti si possa solo più parlare al passato.
Dal canto nostro, come i lettori di questo network già sanno, esiste solo un macro colpevole con nome e cognome. E finché ce lo avremo tra i piedi, sarà inevitabile rivivere il passato per non piangere nel presente.
#cairovattene

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