Lettera aperta a Salvatore Sirigu (M. Fratta, La Buca di Maspero)

di Marco Fratta
Carissimo Salvatore,
è da quando hai indossato la nostra maglia per la prima volta che ti vedo come un indiscusso punto di riferimento, sia per il gioco che proponi sia per l’atteggiamento all’interno dello spogliatoio. La coppia carismatica e umana che formi col Gallo è l’ultimo baluardo di fede Granata che, nostro malgrado, possiamo ancora vedere nella rosa. Mi sento rappresentato da te anche fuori dal campo: sei stato eccezionale, ad esempio, quando quella ragazza ti ha chiesto di fare un selfie e tu le hai fatto coprire lo stemma della Juve sul berretto. Novantadue minuti di applausi, per te.

Ieri sera, grazie alla tua parata sul rigore di Radovanovic, ci siamo qualificati ai quarti di finale di coppa Italia. Per questo, chiaramente, ti ringrazio: tutto fa brodo in questi anni in cui in sala trofei ci entrano solo più gli addetti alle pulizie.

Tuttavia, ho deciso di scriverti pubblicamente alcuni pensieri che ho maturato dopo le tue dichiarazioni post partita. “Sentivamo i pochi tifosi presenti mugugnare ad ogni errore. Ci sentiamo giudicati ancor prima di sbagliare“. Così hai detto.

Giusto, lo sfogo. Hai la mia età, non sei più un ragazzino: questo conferisce credibilità alla tua esplosione emotiva, che sportivamente non contesto.
Qualcosa, però, ti sfugge.

Ti sfugge quanto siano stati pesanti, per noi, questi ultimi mesi (un culmine, a dire la verità, dopo oltre quattordici anni di buio all’orizzonte. Eccoti un breve ma conciso elenco di nefandezze): l’ennesima campagna acquisti inutile e condita da dichiarazioni sfacciate e provocatorie (“questa squadra non può essere migliorata, Messi non è in vendita“, etc); la telenovela risibile sull’acquisto di Verdi; l’eliminazione dall’Europa League di fronte al primo avversario decente; il DS non pervenuto, mai e per nessun motivo; l’avvio deludente e tutti quei punti persi contro le squadre in lotta per non retrocedere; i tifosi napoletani e interisti in curva Primavera, alcuni armati di spranghe, che hanno terrorizzato i nostri anziani e i nostri bambini; il Daspo a 71 fratelli dei Torino Hooligans, e cioè alla quasi totalità del gruppo (per motivazioni a dir poco ingiuste e assurde); la continua, perenne, solita e odiosa mancanza di un progetto societario credibile e appassionante; il Filadelfia chiuso al pubblico: niente di più offensivo per la fede Granata e per la nostra Leggenda, che ha avuto luogo proprio tra quelle mura.

L’elenco, come vedi, è lungo. E sono certo che altri tifosi aggiungerebbero qualcosa che in questo momento, per autodifesa, ho rimosso. Di recente, sui social, impazza il neologismo Torino EffeCile: in questo articolo dello scorso 11 dicembre troverai una spiegazione eloquente del perché.

Ti invito a rileggere l’elenco una seconda volta per poi farti, a cuore aperto, queste domande: credi davvero che dei tifosi intelligenti, dopo essere stati depredati della più grande passione di una vita, possano riempire lo stadio come se niente fosse, accorrendo festaioli ad ogni vostra partita? Credi che sia costruttivo l’atteggiamento di una certa curva Maratona che, da anni, applaude le vostre sconfitte? Se tu fossi (o magari lo sei) tifoso di una squadra la cui società ti mette continuamente sotto il naso la faccia losca della medaglia, lanciandoti addosso promesse mai mantenute e provocandoti, non ti sentiresti tradito?

Ovviamente non devi rispondere a me: non è quello che ti chiedo. Mi basta la speranza che tu, con onestà intellettuale, scelga di rispondere a te stesso.

La nostra è una protesta. Gli adesivi in tutta Torino, le assenze allo stadio, i lamentosi e/o rabbiosi sfoghi sulle pagine social in cui ci raduniamo rappresentano tutto ciò che possiamo fare. Il rapporto tra una società calcistica e la tifoseria è fatto di equilibri, di eventi causa-effetto, di comprensione e incomprensione. Per cui, Salvatore, se anche la prossima volta entrerai allo stadio e vedrai una massiccia distesa di seggiolini vuoti, oppure ti sentirai piovere addosso qualche fischio di troppo al primo rinvio sbagliato, ti consiglio di chiedere spiegazioni a chi ti paga lo stipendio. Potresti davvero stupirti della risposta fatta di fuffa e giri di parole. E, magari, inizieresti davvero a capirci.

Forza Vecchio Cuore Granata.

5 thoughts on “Lettera aperta a Salvatore Sirigu (M. Fratta, La Buca di Maspero)

  1. Non aggiungo altro sono completamente d’accordo con lo scritto di Marco .. Sono un anziano che dagli anni 50 sino alla chiusura del Filadelfia non passava giorno senza andare nell’ antistde adio . Abitavo a 100 metri . Sono deluso ma tengo duro la mia fede è eterna .

  2. Bellissima e profonda disamina della delusione che ci pervade da 15 anni.
    Sono sicuro che salvatore da persona di spessore quale si è dimostrato finora ci troverà la risposta alle sue domande.

  3. Ho scoperto casualmente il Vostro sito grazie ad un reindirizzamento avuto su un altro sito e sono stato colpito dalla circostanza che pur non conoscendoVi avevo fatto anch’io riferimento alle vicende del Cile ( per intenderci quello di Pinochet e della coppa davis del 1976), laddove nel commentare l’intervista di Sirigu segnalavo che non è possibile a fronte dei gravissimi fatti accaduti tenere separati il tema calcio dalle condotte societarie e da quelle dell’allenatore che tiene chiuso il Fila con l’assurdo pretesto del nascondere agli occhi altrui le sue monotematiche strategie di non gioco. Forse non è più il calcio il problema, quello si è fermato dopo l’esperimento sociale. Buon lavoro comunque è state certi che tornerò a trovarvi.

  4. Ottimo incoraggiamento a lasciare il Toro…
    E chi glielo fa fare a restare ?
    E quando avremo perso anche Belotti potremo seguire la squadra in serie B come all’epoca ante Cairo.

  5. “Non parlo di cose interne al gruppo. Abbiamo un campo su cui non è possibile giocare, non possiamo effettuare determinate giocate, non ci rende sereni perché se quando giochi hai difficoltà a stoppare il pallone o sai che un tiro può rimbalzare male e ti può passare sotto la mano, è dura”.

    “E’ da tempo che il terreno di gioco è in queste condizioni. Il campo è pesante, si scivola nonostante ci premuniamo con i tacchetti necessari. Il terreno è sconnesso, il pallone arriva sempre con un rimbalzo strano. Alle volte siamo più preoccupati di riuscire a stoppare il pallone che del gioco stesso e mentalmente questa cosa ci rende insicuri. Questo la gente non lo vede, ma è giusto che lo sappia. I ragazzi vengono fischiati per uno stop sbagliato. Non ci danno serenità né i fischi né il campo su cui giochiamo. E’ giusto che tutti lo sappiano. E’ da mesi che la squadra protesta per queste cose, ma nessuno dice niente. Spero che questo mio gesto serva a qualche cosa. Ci potrebbe aiutare anche a livello psicologico”.

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