Mea Culpa: sono entrata allo stadio. Ma…

di Francesca Perreca
Sabato sera la sconfitta è stata l’ultima delle cose che mi hanno turbata. Ma che dico turbata… disgustata. La mia intenzione era quella di NON entrare allo stadio, come feci già contro la Viola. Poi ho pensato che avevo ancora bisogno di certezze (sono una donna, ne ho bisogno in modo costante) per cui ieri ho deciso di varcare i tornelli e di attuare, così, un mio personale “esperimento sociale“.

Ho percorso i gradoni ed occupato il mio posto. Seduta -cosa paradossale in una curva in cui si tifa- mi sono guardata intorno: il settore 241 della Primavera praticamente vuoto, senza i TH. Al primo anello, i ragazzini delle giovanili: ebbene sì, lo hanno fatto di nuovo, per riempire i buchi (anche quelli lasciati vuoti degli abbonati… chissà se la Questura visionerà i filmati e li dasperá tutti). Distinti e Tribuna sono stati riempiti da qualche abbonato e da quelli che hanno acquistato i biglietti a €2, più tutti coloro a cui non interessa nulla di ciò che sta accadendo. La curva Sebastopoli, infine, vuota nel mezzo ma colma ai lati.

Lo stadio in silenzio avvolto nel freddo -ma non climatico. Dopo aver fatto il giro visivo, giungo alla mia prima considerazione: ancora troppi tifosi dentro lo stadio. Mi sento ancora più in colpa per essere entrata. Sempre seduta, rigorosamente al mio posto, mi sono resa conto che quello che era diventato il mio salotto, durante le partite, non è più casa senza il tifo. Per cui faccio un’altra considerazione: che senso ha andare allo stadio se non puoi incitare con dei cori la tua squadra? Così, sempre seduta al mio posto, ci ho provato io a lanciarne qualcuno: una perfetta sconosciuta che urlava cori di dubbia incitazione alla squadra ma con un preciso destinatario…

Essendo da sola, peró, la mia voce da Pollon si è persa nel freddo della serata, ed è a questo punto che ho ulteriormente avallato una mia considerazione: quanto sia importante e fondamentale un gruppo, un insieme di persone che lanci slogan per far sì che lo stadio diventi un luogo di passione. Perché da soli si può fare qualcosa ma insieme si può vincere davvero.

Ho provato a concentrarmi sulla partita, la tattica e le scelte del mister: il tutto privo di ogni logica calcistica. Ecco, quindi, un’ulteriore considerazione: quello che ho visto sabato sera mi ha confermato che le difficoltà e le pecche della scorsa stagione si sono consolidate in questa, portando nel baratro anche il gioco stesso.

Sono uscita prima, non ce l’ho fatta. Non ho resistito a guardare la fine della partita, anche perché mi sono sentita in colpa, in primis con me stessa, per essere entrata. Mentre raggiungevo la macchina, i pensieri mi hanno portato all’ultima considerazione della serata: i danni fatti dal presidente purtroppo sono irreversibili e, cosa ancora molto grave, potrebbero aggravarsi. Quell’uomo è riuscito a condizionare intere generazioni che hanno paura del fallimento ed ha influenzato i giovanissimi con il concetto del calcio moderno e del business (siate felici di galleggiare in serie A!).

Quell’uomo ha creato un impero fondato sulle bugie e si è circondato di personaggi presi in prestito da altri mondi, decisamente distanti da quelli del TORO. Forse è tardi, ma ho ancora la speranza che nulla sia perduto e che questo castello fatto di nulla si sgretolerà.
Essendo quasi Natale, vi auguro e mi auguro il miglior auspicio: CAIRO VATTENE.

Francesca Perreca
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