Toro-Wolverhampton 2-3. La Cairese FC fallisce ancora (M. Fratta)

L’evidente e contagioso dispiacere del mandrogno di Masio all’indomani della scoppola in Europa

di Marco Fratta
“Con termine pera si intende il frutto (in realtà si tratta di un pomo, un falso frutto) delle piante del genere Pyrus a cui appartengono molte specie differenti. Alcune delle specie producono frutti eduli e vengono perciò coltivate, quella più diffusa è la specie Pyrus communis“. Fonte: Wikipedia.

Una. Due. Tre.
Tre pyrus communis di stagione… e tutti a casa.
Ebbene sì: all’andata dei playoff di Europa League, validi per accedere alla fase a gironi del torneo, il Toro di Cairo (unica squadra italiana a non aver effettuato acquisti in questa sessione estiva) ha perso 2-3 contro la veloce e ben attrezzata compagine guidata dal portoghese Nuno Espirito Santo.
Il ritorno si terrà giovedì 29 agosto in Inghilterra, nel suggestivo stadio-bolgia dei lupi arancioni, dopo un imprevedibile inizio di campionato contro il Sassuolo: pur ricordando la grande rimonta di Maspero & co, a cui questa testata è dedicata, non ci vuole certo uno scienziato per affermare che vincere fuori casa 2-0, 3-1, 4-2, è una chimera sul quale è meglio non fare affidamento. Anzi, mi correggo: è meglio non sperarci affatto.

Al di là della rabbia personale per lo scherzetto che mi ha fatto l’undici di Mazzarri (personale poiché ho già prenotato ferie, volo e ostello… e partirò con la stessa faccia di un reduce bellico), è a dir poco doveroso compiere alcune riflessioni sulla disfatta.
Riflessioni che, come ogni volta, tendono più verso la gestione societaria che sugli episodi del campo. Sulla partita in sè, in effetti, da dire c’è meno di quanto si possa immaginare: ingenui nel gestire i loro punti di forza, come i contropiede; cambi completamente sbagliati, sia per i nomi sia per i tempi; gestione dell’ansia pari all’orale della maturità quando sai già che lo scritto è andato di merda; inefficace politica di spogliatoio, come ha dimostrato la rabbia sintomatica di Meité e Berenguer quando sono stati sostituiti. E via andare: stessi attori, consueta trama.

In panchina, il nostro mister e il suo socio (che i lupi dovrebbe frustarli…) hanno improvvisato troppo. L’unico in grado di contrastare fisicamente Traoré era Ola Aina… ma è entrato in campo 7 minuti dopo che il centrocampista ivoriano è uscito.
Centrocampo molle, inefficiente e deficitario, ad eccezione di un 6 politico a De Silvestri. Quando il padreterno ha distribuito la personalità e l’incisività, Baselli era indubbiamente fuori a fumare: questo lo sappiamo da tempo. Vogliamo parlare di Berenguer? Era probabilmente già proiettato al Sassuolo… o comunque a sfide soporifere dove il giropalla in campo e il giramento di palle sugli spalti fanno da ingredienti alla partita.

Ma chiunque, come me, abbia o abbia avuto uno zio pescatore, sa benissimo che il pesce puzza sempre dalla testa.

La domanda vera e propria che un tifoso granata dovrebbe porsi oggi, infatti, è: con quanti e quali problemi mai risolti siamo giunti ad affrontare la più importante sfida internazionale degli ultimi 27 anni?
Sì, la più importante: non venitemi a cantare la canzoncina di Bilbao e del San Mames proprio oggi, perché non c’è trippa per gatti. Il coefficiente tecnico del team basco non era minimamente paragonabile a quello attuale del Wolverhampton. Ernesto Valverde non era affatto un fantasioso visionario; Iraola e De Marcos avranno pure avuto due zampogne al posto dei polmoni ma il calcio inglese è tutta un’altra sfida. Contro gli inglesi devi correre come un pazzo e fare gol, punto. Non esistono strategie tattiche nate da chissà quali calcoli e previsioni, oppure schemi geometrici stile la gabbia di Holly e Benji. Sudare sette camicie e gonfiare la rete avversaria: ecco l’unico atteggiamento sensato che può darti qualche speranza contro certe formazioni.
Solamente quattro giorni prima del match, i Wolves hanno frenato la furia del Manchester United pareggiando 1-1 e parando ai red devils un rigore: come si poteva pensare di portare a casa il risultato, se non con un’autentica grinta e un progetto credibile alla base?

Ed eccolo qui, il tasto dolente della società e dei suoi più convinti sostenitori: la mancanza di un progetto lungimirante e di una programmazione convincente.

Nessun innesto. Urby che si vanta davanti ai microfoni per aver “blindato una squadra vincente rifiutando ben 11 offerte“. Trattative fasulle (?) o comunque più chiacchierate dai media che rese note dalla società. Massimo Bava, nuovo DS, alle prese con l’esordio più silenzioso e anonimo della storia: un ingresso fantozziano che, conoscendo i nostri polli, mai nessuno avrà l’accortezza di chiarire.
Alibi a profusione: dall’arbitro portoghese (onestamente ineccepibile, non solo quando ha visto il rigore su Belotti), a “la situazione di Verdi si è arenata perché il giocatore ha espresso la volontà di restare dov’è” (chissà che appetitosa offerta gli avrà fatto il mandrogno…).

Una stagione che parte con un sogno già infranto e con un sapore di eventi prevedibili e già vissuti. Persiste, addirittura, la paura di una cessione importante in questi ultimi giorni di mercato (magari giustificata dalla fine prematura degli impegni di coppa… e tutto andrebbe ben oltre il ridicolo).

Siamo arrivati in Europa da ripescati, proprio come nel 1991 -quando arrivammo in finale con l’Ajax– o nel 2014 -quando gli undici di Ventura, senza più Cerci e Immobile, riuscirono in qualche modo ad arrivare agli ottavi.
L’urna sarà anche stata sfavorevole nei playoff, come continuano a ripetere in molti sui social, ma prima o poi con i propri limiti bisogna pur misurarsi.
In assenza di progetti, investimenti, esperienza e cultura della vittoria, l’incontro con i quei limiti non poteva e non potrà che portare a continue delusioni.

Ora, testa al campionato e al fotofinish delle trattative.
Un altro anno in cui vedremo punti preziosi buttati nel cesso, lo spettro minaccioso del nono posto sempre lì a spaventarci, le imbarazzanti dichiarazioni in cui verrà data la colpa alla pioggia, al quarto uomo e alla cooperativa che ha rizollato male il campo.
Tutto come sempre, per intenderci, consapevoli che la presidenza Cairo, alle porte del suo quindicesimo anno, continuerà a rivelarsi modesta, perdente, vendereccia e autoreferenziale.

SOLO PER LA MAGLIA.
FVCG

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