“Onore ai caduti di Superga”: e il settore ospiti risponde con un applauso increscioso

di Marco Fratta.
Sono trascorsi dei giorni, ormai. Quasi una settimana, a dirla tutta.
La scelta più intelligente, in questi momenti, è temporeggiare per evitare di esagerare a caldo con le emozioni e con la scarsa lucidità. Su questo network, in fin dei conti, non ci interessano i clic e le esclusive. Non è quello il punto. Amiamo l’idea che questo spazio sia frequentato da cuori granata appassionati, dolcemente nostalgici, spesso critici e soprattutto obiettivi.

Ecco, soffermiamoci proprio su quell’obiettività, virtù che viene sacrificata per prima quando si sceglie di essere ciechi.

Venerdì 3 maggio 2019. Il derby di ritorno esce dalle teste dei giocatori e dei tifosi e scende in campo nello stadio dei gobbi, in quel di Venaria.
I bianconeri sono già campioni d’Italia per l’ottava volta consecutiva (e qualcuno ha giustamente fatto notare che scudotto fa rima con galeotto…), mentre il Toro si sta giocando l’Europa (e prima della partita non era ancora chiarissimo quale delle due Europe fosse in ballo).
L’atmosfera, per noi, è quella di una grande festa: l’indomani si sale a Superga a rendere omaggio agli Invincibili, 70 anni dopo la loro tragica scomparsa. Quale regalo potrebbe essere migliore di vincere un derby a casa del nemico?

Si parte. Carichi duri.
I granata passano in vantaggio con Lukic al 18′ e il padreterno sembra proprio voler esistere, inaspettatamente. Il settore ospiti salta e canta in preda ad una gioia che questa volta non sembra affatto virtuale, anzi: il Toro sta giocando bene, obiettivamente, trainato da Ansaldi e Nkoulou con Izzo e Berenguer a rispondere con degno supporto.

Nel secondo tempo, però, succedono due cose spiacevoli. La prima, sportiva: Ronaldo pareggia i conti al 39′. Uno pari. Svanisce il sogno Champions e resta ancora da sfatare il tabù di una vittoria fuori casa nel derby.
La seconda, direi umana: i gobbi espongono uno striscione che dice “Onore ai caduti di Superga“. Sì, proprio loro, quelli del “quando volo penso al Toro” e “siete solo uno schianto“. Loro, gli stessi. Esattamente quelli lì.

Ora: l’evento in sé, al netto delle conseguenze, poteva anche restare isolato. Una di quelle cose di cui si parla l’indomani al bar, per poi essere cestinata nel dimenticatoio nell’arco di pochi giorni.
Ma quelle conseguenze, invece, sono arrivate. E pure belle grosse, quindi non possono passare inosservate: buona parte del settore ospiti si è lasciato andare in uno scrosciante applauso.

Io ero lì, nel primo anello, a godermi il temporaneo vantaggio e ad incitare la squadra. Mi sono accorto dello striscione e degli applausi quasi contemporaneamente ed è stato un doppio colpo basso.

Io capisco tutto.
Ho sopportato il ricambio generazionale della tifoseria, rifugiandomi in curva Primavera senza fare troppa polemica. Sotto la guida di Ventura sono stato a guardare la nascita della frangia accontentista, limitandomi tuttavia a fare solo un po’ di satira (spesso censurata sulle pagine Facebook). Ho incassato l’idea di un Fila a porte chiuse, che tra tutte le ipotesi era potenzialmente la peggiore, roba che sarebbe stato meglio restare a guardare le rovine: c’era più anima.
Ma l’applauso allo striscione ipocrita dei gobbi, palesemente imposto dalla società, questo no. Proprio no. Non posso accettarlo.

Sul momento, infatti, ho reagito molto male. Ho iniziato ad inveire. Mi sono uscite frasi come “è da 14 anni che questa tifoseria mi spezza sempre il cuore“, e altri flussi di coscienza che per un lungo attimo mi hanno rovinato la festa. Qualcuno si è avvicinato a dirmi di essere d’accordo, altri hanno fatto finta di niente e si sono girati dall’altra parte.

A dare il colpo di grazia, il giorno seguente, sono stati i giornali: l’evento è stato presentato come un altissimo momento di fair play da testate come La Repubblica, Il Corriere, La Stampa Web. Addirittura un “Bel gesto di sport” secondo ToroNews, perché a noi le torte senza ciliegina non piacciono.

Il Grande Torino è un patrimonio di tutti, non solamente nostro. Simbolo di un paese in ginocchio che ha provato a rialzarsi con dignità, frutto di memoria storica che da 70 anni spreme lacrime di commozione dall’Appennino alle Ande, artefice di record sportivi solo recentemente avvicinati e/o battuti: una ricchezza di cui chiunque abbia sensibilità può inebriarsi.
Ma chi per decenni ha offeso e infangato, ha imbrattato con le bombolette la salita verso Superga, ha intonato cori ed esposto striscioni, non è e non sarà mai autorizzato ad unirsi in maniera corale al nostro istante di memoria e raccoglimento. Quindi, di base, il messaggio è: tu onora pure i caduti, se ti senti all’altezza di farlo, ma io non me ne curo, perché fino a ieri sei stato capace solo ad oltraggiare la Leggenda e a mancarle di rispetto.

E in quanto a voi, fratelli granata che eravate con me nel settore ospiti quella sera: talvolta un po’ di passione in più, anche laddove può sembrare troppo scortese, non guasta affatto. Specialmente quando si tratta di fare onore alla nostra storia. Specialmente quando si tratta di quel nemico lì, che cambia il design della maglietta ma nell’anima indossa sempre lo stesso vestito.

FVCG

TORNA ALLA >HOME PAGE<
LEGGI >TUTTI I MIEI ARTICOLI<
LEGGI >GLI ARTICOLI DI FRANCESCA

1 thought on ““Onore ai caduti di Superga”: e il settore ospiti risponde con un applauso increscioso

  1. Grande Marco. ..La penso esattamente come te..Ho vissuto lo scudetto da bambino..Le cariche ai derby..Il Toro del Mondo a 22 anni..trasferte ovunque. .E poi il declino..Ed applaudire “quelli” non rientra nelle mie possibilità fisiche e morali..
    Giuvemerda. .Sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *