L’alibi della non-vittoria / Il Toro di Cairo è una profumiera (Perreca, Fratta)

Francesca Perreca. Sono oramai un paio di settimane che leggo sui vari gruppi social, e persino sotto i post di alcuni giocatori, che bisogna giocare queste ultime partite come fossero delle finali.
Ma… quelle prima invece?
Per come la vedo io, ogni match dovrebbe essere affrontato con la determinazione, la grinta e la brama di vincere. Insomma la parola VITTORIA dovrebbe essere il leitmotiv per ogni giocatore ed il desiderio di ogni tifoso.
Ma a quanto pare, se la pensi in questo modo, sei invitato a tifare qualche altra squadra. Una di quelle che vincono sempre.
Da qualche anno a questa parte sembra che il NON VOLER VINCERE sia diventata una condizione imprescindibile dell’essere tifoso granata, una prerogativa, una marchio. Se non si soffre, non siamo del Toro.
Chi tifa Toro si deve abituare, sono anni che non si vince, sarà per la prossima stagione, mica vogliamo tutto e subito e ricordiamoci da dove veniamo!, etc, etc. Insomma: senza rendercene conto, ci siamo dati mazzate sugli zebedei da soli e di conseguenza ci siamo fatti automaticamente della pubblicità negativa, per cui non possiamo pretendere che i media sportivi parlino di noi e che lo facciano anche elogiando le “non gesta” spumeggianti della squadra.
Se proprio noi tifosi non smettiamo di ricordare il passato, quello sbagliato, sarà così ad infinitum. Però, forse forse, a qualcuno fa tanto comodo da farne un alibi perfetto da sfoggiare tutte quelle volte in cui non si riesce a rispolverare il nostro vero passato.

Marco Fratta. Quando ero adolescente (una ventina d’anni fa ormai, sigh) trascorrevo le giornate sulla Spina Reale, tra Borgo Vittoria e Madonna di Campagna. Eravamo un nutrito gruppetto di tamarri in piena crisi ormonale. Ciascuno di noi, più o meno ogni dieci minuti, si innamorava perdutamente di una passante. La malcapitata, rare volte, decideva di interagire e di spingersi fino al fraintendimento. E lì partivano le nostre più recondite fantasie: “questa ci sta! È fatta! A questa le piaccio!“. Ma ogni giochino, prima o poi, finisce e si ritorna bruscamente alla realtà. Così, con l’inconfondibile accento del tamarro di Torino nord, dicevamo: “oh, me l’ha fatta annusare e poi se n’è andata, sta profumiera!“.
Il Toro di Cairo non è poi così diverso da quelle profumiere che bighellonavano sulla Spina Reale.
Uno sguardo irriverente, un occhiolino, perfino la linguetta sul labbro… e poi nemmeno ti lascia il numero! Scopri che sta da due anni e mezzo insieme a Ciro il carpentiere, che tiene una mano tanta, e come foto profilo di Facebook ha una bandiera bianconera con su scritto “fino alla fine”.
Mezza palpatina, un bacio rubato, poi ti guarda e dice “mi hai fraintesah! Io volevo solo amiciziah!“. Ma io con le amiche non ci limono! “Allorah non sei modernoh!”. E alla fine bisognava solo sperare che Ciro non venisse a sapere di quel pugno di mosche rimasto tra le mani.
Il Toro di Cairo ha quel sapore lì: ti porta fino alla speranza più intensa, ti convince che sia possibile e poi, sul più bello, ti resta solo il profumo.
I due punti non ottenuti a Parma, considerando la classifica così corta, peseranno come un macigno.
Nelle restanti 7 partite (o 7 finali, per parafrasare la protesta della socia) ci sono diversi scontri diretti, il derby fuori casa e le gare con le “piccole“, che spesso sbranano inaspettatamente come le belve.
Sui social imperversano i pronostici, impazza il solito ping pong tra pessimisti cosmici e ottimisti Xanax, l’atmosfera è di difficile interpretazione e la tensione si taglia col coltello.
Come andrà a finire questo ennesimo journey to Europe?
(Vorrei proseguire questa analisi con cura, per arrivare a carpirne le sfaccettature più rilevanti, ma è appena passata una che mi ha fatto l’occhiolino… Che dite voi? Sarà profumo o realtà?).

Ciro, come vorrebbe essere
Ciro, come è veramente

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