La mia “Lettera aperta ai giocatori del Toro”: dopo tre anni riscriverei le stesse cose

Sono trascorsi quasi tre anni: era il gennaio del 2016.
All’epoca collaboravo con TuttoGranata e scrissi questa lettera aperta per manifestare (e intercettare) un malcontento.

La missione, obiettivamente, riuscì: 4000 letture nei primi tre giorni, più le altre che arrivarono col tempo. Va detto che quella testata non ha mai avuto un’audience tale da ritenere quel traffico fisiologico, anzi. Quelle furono proprio letture mirate, dovute allo spirito di condivisione e di protesta.
Sui social si scatenò un dibattito che mi tenne impegnato per giorni.

Vi ripropongo la lettera, perché mi sembra più che mai attuale.
Buona lettura.

Cari, anzi, carissimi giocatori del Toro,
ho deciso di scrivere questa lettera aperta per via di un suggerimento che mi è giunto direttamente dal cuore: negli ultimi mesi ho parlato fin troppo di Ventura e ben poco di voi. Oddio, durante le mie disperate domeniche in Curva Primavera non vi tolgo mai gli occhi di dosso, nemmeno per andare a pisciare (aspetto sempre l’intervallo) o per andare a prendere una birra (che fa venire da pisciare).
Fino ad un certo momento mi avete regalato gioie e dolori, un’altalena emotiva che mi è sempre piaciuta moltissimo sia come tifoso sia come essere umano; ultimamente, però, avete completamente smesso di regalarmi emozioni: è questo il campanello d’allarme che mi ha reso e che continua a rendermi preoccupato.

Parliamoci chiaro: messer Libidine ha davvero molte responsabilità in merito ma, come vi ho accennato, il web e i social networks sono già pieni di critiche che ho personalmente confezionato per lui. Il problema (se così volessimo definirlo) è che in campo ci andate voi, e non ci andate con i vestiti eleganti o casual del vostro guardaroba, bensì con la maglia del Toro. Non so quanti di voi abbiano scelto questo lido per questioni legate all’ingaggio, o quanti abbiano invece seguito il cuore e, onestamente, non voglio saperlo. Non adesso. Sta di fatto che se fossi stato al vostro posto mi sarei sicuramente informato sul significato storico del nostro colore. Tra un Quagliarella che fa le figure da cioccolataio a Napoli, un Maxi Lopez coinvolto in twittate da gossip e un Gazzi che gioca bene solo quando circolano voci di mercato (e mi fermo qui solo per non appesantire la lettura), dovrebbe esserci anche il tempo di capire che quando si indossa una certa maglia, che non è una maglia qualsiasi, nel petto dovrebbe esplodere una sensazione di responsabilità: questo è il sogno di noi tifosi.

Vi sembriamo gente abituata a trofei, a scudetti, a triplete e a grandi imprese internazionali? No, non lo siamo. Noi, nella nostra umiltà e nel nostro spirito guerriero, desideriamo solo che l’atteggiamento dei giocatori sia come il nostro. Pioggia, sole, neve, vento, quel terrificante turno delle dodiciemmezza, posticipi, terremoti: noi siamo sempre lì con voi a rendere gremite le due curve, a cantare sempre più forte.
In passato abbiamo consacrato indiscussi eroi che hanno indossato la nostra divisa, ma chiedetevi come mai nel nostro cuore siano rimaste anche grintose figure come Bruno, Annoni, Asta, Ferrante, eccetera: vi sembrano profili da pallone d’oro? No, non avrebbero mai vinto quel trofeo. Erano semplicemente in grado di portare in campo lo spirito che tuonava sugli spalti. Loro rappresentavano il nostro atteggiamento umano e sportivo, e lo facevano bene, magari con stipendi che oggi si guadagnano in Lega Pro.

Un Vives che si presenta ai microfoni dicendo “è finita 2-0 per loro, ma se fosse finita 1-1 sarebbe stato diverso” è uno spettacolo osceno, un emblema di questa caduta a strapiombo. Ha dimostrato di aver imparato da Ventura la lezione sbagliata: dire per non tacere, anche a costo di provocare. Come la famosa dichiarazione “con i tifosi che fischiano è difficile giocare” quando non credo che in Italia esista una tifoseria storicamente più generosa della nostra. Quando la Juve perde due partite di fila gli spalti si svuotano: non dimentichiamo queste cose perché sono oltremodo importanti. Non scordiamo nemmeno che badare troppo all’estetica quando non si hanno i mezzi è pericoloso: talvolta un silenzio stampa, un istante di cordoglio, può davvero essere la scelta più nobile, soprattutto se non si hanno cose intelligenti da dire.

Una mia cara amica fa la barman in uno dei vostri locali preferiti, in pieno centro. Mi racconta sempre che siete un gruppo affiatato, che vi presentate lì in settimana belli e sorridenti, anche se reduci da partite terribili, finite a schiaffi e pappine sul passivo, magari nei minuti di recupero. E allora perché non provate ad essere così anche in campo? Perché la vostra personalità non è più in grado di contrastare l’ordine di quell’imbarazzante giro palla all’indietro (che ultimamente inizia addirittura dai calci d’angolo)? Perché vi fate sorprendere demotivati non appena avete firmato il rinnovo del contratto? Il mister può dire quello che vuole, e in fin dei conti dovete sopportarlo voi, ma a mio avviso dovreste prestare più attenzione a certe leggerezze: spesso siete voi ad autorizzarci alla malafede. Non si vedono più le emozionanti giocate individuali alla Darmian o alla Peres dell’eurogoal contro la Juve, le iniziative degne di nota latitano da tempo. Non riesco a capire se è venuto a mancare il vostro spirito agonistico oppure l’attaccamento alla maglia. Quel che è sicuro è che sarebbe meglio ritrovare entrambe le cose.

Ora: il fatto di avere una serie di partite considerate “alla portata” potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Nell’ipotesi positiva si esce dal baratro, in quella negativa ci si laurea definitivamente cioccolatai, ovvero smarrite anime in pena che vagano sui campi italiani collezionando figuracce.
Personalmente vi chiedo solo una cortesia: giocate da Toro. Ci sono diversi modi di stare a metà classifica, nel purgatorio. Il modo attuale è quello della delusione, della passività, dell’incazzatura. Uno dei modi alternativi, invece, è quello di giocarsela fino alla fine con tutto il coraggio possibile come, in fin dei conti, fanno altre squadre con i nostri stessi problemi di budget, di reparto e di panchina.

Se avete un videoregistratore posso prestarvi una vecchia vhs in cui si vede Andrea Silenzi portare a casa la Coppa Italia giocando contro dodici avversari: undici romanisti e un arbitro. Roba da cardiopalma. Roba che oggi dovreste fare voi.
Con affetto (ma potreste meritare di più),
Marco.

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