Tredici anni sull’orlo di una crisi di nervi

Una tantum: questo, per onestà intellettuale, dovrebbe essere il nostro motto tutte le volte che riusciamo a compiere un’impresa come quella di Genova. Una tantum perché non c’è progetto, non c’è lungimiranza e nemmeno credibilità. Sono exploit dovuti alla giornata dritta, all’avversario sottotono, all’oroscopo favorevole e al buonumore collettivo. Non certo dovuti ad un “percorso che inizia a dare i suoi frutti”: questa è solo la puttanata preferita del vigile Urbano, alla quale sarebbe ora che tutta la tifoseria smettesse di credere una volta per tutte.

Tanto per cominciare, questo allenatore ha il cazzo moscio: è una cosa ormai evidente. Puoi insistere con un modulo sbagliato, come faceva Sinisa, oppure scassare le balle all’infinito col giropalla in Ventura-style. Ma se lo spogliatoio dimostra di non darti minimamente retta, né quando si vince né quando si perde, allora ce l’hai moscio. Rattrappito. Fai il pompiere quando è ora di parlare ai ragazzi e l’incendiario davanti ai microfoni. In altre parole: un paraculo.

Perdere in casa col Parma, dopo aver espugnato Marassi, era una cosa che perfino il mio spirito critico aveva escluso. E invece… 1-2. Prendi e porta a casa.

In questi frangenti, i sostenitori di Cairo si fanno sempre trovare pronti con frasi preconfezionate e prevedibili, del tipo vi meritate Lerda, quanti e quali allenatori non avete mai criticato?, ma vi ricordate dove eravamo!? ma vai a tifare i gobbi!, eccetera. Questa, ahimè, è la mentalità del fallito. Sostenere queste cose significa essere dei perdenti dentro. A loro, tutti quegli anni di serie B non hanno insegnato nulla. Hanno solo tolto l’ambizione.

Tredici anni di presidenza Cairo: ho aspettato a lungo e in silenzio i frutti di questo cammino. L’ho fatto per rispetto. Mi sono commosso per la promozione ai danni del Mantova e ho pianto di dolore tre anni dopo. Ho sofferto come un cane per il rigore sbagliato da Cerci al ’94 ma ho goduto come un riccio a Bilbao e nel derby vinto dopo vent’anni. Non mi sono lasciato scappare nemmeno una sola e tremenda trepidazione, risparmiando le critiche per non sentirmi inadeguato, capriccioso e filogobbo.

Ma adesso… basta. È veramente troppo.

Partiamo da un presupposto che, a questo punto, dovrebbe essere condiviso da tutti e sbandierato dalle cronache: non è Cairo ad aver fatto grande il Toro, bensì il Toro ad aver reso grande Cairo. Di tutte le aziende che possiede o che gestisce, il Torino FC è quella che gli procura l’immagine da imprenditore sano e la popolarità. Di vincere non gliene importa una mazza: è lo scudetto dei bilanci ad incrementare i suoi affari, non le vittorie sul campo. Quel nono/decimo posto con cui chiudiamo ogni campionato è, per lui, una miniera d’oro: si galleggia con costanza, si fanno plusvalenze e non si dà fastidio ai pesci più grossi e pericolosi. Niente di meglio per uno come lui.

La nostra unica Europa League dei tempi moderni (poiché nel ’92 si chiamava Coppa Uefa e nel 2002 abbiamo disputato l’Intertoto) rappresenta perfettamente la mentalità priva di ambizione del mandrogno: ti qualifichi come ripescato grazie al fallimento, guarda caso, del Parma… e cosa ti viene in mente di fare? Vendi Immobile e quel Cerci per comprare Quagliarella e Amauri. E quando lo Zenit ti butta fuori dalla competizione, nonostante l’acuto di Glik, hai pure il coraggio di presentarti davanti ai microfoni e dire: “in Russia le società pagano molte meno tasse sui giocatori!”.

Senza parole. Nemmeno i disegnatori di Zio Paperone sono mai riusciti a raffigurare la caricatura di un tirchio più efficace di Cairo che interpreta se stesso.

Le eterne vie di mezzo accontentano solo chi è senza speranze già di suo. Il decimo posto tutti gli anni, come appuntamento fisso, può andar bene a società con una storia meno importante della nostra. Questa mentalità non ci somiglia, non ci appartiene. Eravamo più noi stessi quando passavamo dalla Uefa alla retrocessione in un battito di ciglia… perché galleggiare non è roba per noi.

I Cairoboys, insieme all’UCG che scrive ad Agnelli invitandolo a Superga, sono la rappresentazione attuale ed eloquente del declino che stiamo vivendo.

Invitare gli infidi? No. Superga è il mio tempio. È dove vado a stare in silenzio per salutare gli Invincibili. È dove vado a guardare quella lapide che mi racconta la Leggenda mentre i brividi mi attraversano la schiena. Non voglio avere i gobbi tra le palle anche lassù, visto che devo già sopportarli ovunque altrove nel mondo.
Che chiedano scusa, e che lo facciano di corsa, ma stiano lontano da ciò che non devono toccare.

Sono immagini di debolezza. Sono fotografie sbiadite che un tempo erano ricche di vivacità, proprio come noi oggi.

E mentre Urby continua a depredarci di tutto l’orgoglio che ha saputo avere la nostra tifoseria nel corso dei decenni, fenomeni da baraccone infiammano il web con diapositive come quella che segue.
E bravo il mandrogno. Goditi tutto quello che ti sei preso e che ancora arrafferai.

Ma credimi: ai coglioni come questo qui sotto puoi pure togliere tutto. Alla fede eterna per questa maglia, invece, non puoi nemmeno avvicinarti.

FVCG

 


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